Szymborska&Co. Le giravolte ideologiche che seducono la sinistra

Del resto lo stesso Walter Veltroni, icona inconsapevole e immeritata della Sinistra più liberal e più radical, quella veltroniana appunto, una volta abiurò: “Mai stato comunista”. Curiosa la deriva negazionista del pensiero progressista intelletual chic, che non può fare a meno di innamorarsi del fiore della cultura impegnata e rinnegata, degli apostasti, i transfughi, i voltagabbana ideologici.

Traditori? Gianfranco Fini è stato per trent'anni l'incarnazione metastorica del (post)fascismo, poi in mezza legislatura ha rinnegato tutto il rinnegabile, sfasciando tre partiti e il suo passato e assurgendo a politico di riferimento della peggior sinistra italiana anti-berlusconiana. Giorgio Napolitano, prima di intraprendere il suo lungo viaggio dal Pci al socialismo europeo ebbe modo di elogiare (non accettare: elogiare) l'intervento dei carrarmati sovietici a Budapest. Poi, dopo un travagliato pentimento, la progressiva e progressista elevazione a Padre Nobile della Patria da parte della sinistra meno nobile italiana. Günter Grass invece già piaceva molto alla più sofisticata intellighenzia feltrinelliana. Poi si seppe del suo passato da nazista (volontario nelle Waffen SS). Ma dopo la tardiva e però sincera abiura - medaglia che vale più del Nobel - è stato definitivamente santificato. In Italia, si parva licet, abbiamo il repubblichino (pentito) Dario Fo, guru della peggior sinistra di piazza. E non diciamo della lunghissima e variegata lista dei fascisti pentiti e redenti, da Norberto Bobbio a Pietro Ingrao (e Delio Cantimori, e Giulio Carlo Argan, e i soliti noti Bocca&Scalfari...): gli intellettuali che vissero due volte, prima fascisti poi antifascisti. E in mezzo un contrito mea culpa. Intransigente nell'ortodossia ideologica, e possibilista nell'opportunismo morale, la Sinistra ha sempre manifestato un debole compiaciuto per il Redento. Per l'intellettuale o il politico che, compromesso convintamente con un regime, dà prova con lo stesso vigore di sapersene distaccare. Rompendo con i vecchi sistemi, condannando i peccati di gioventù, gettando il cuore e il pensiero oltre l'ostacolo dottrinale. Con passione e identico furore. Perché i peggiori fanatici sono i neoconvertiti. L'ultima sbandata intellettuale della sinistra da salotto italiana è per la poetessa Wislawa Szymborska, Nobel nel '96, scomparsa lo scorso febbraio. La lettura delle sue poesie da parte di Roberto Saviano nella trasmissione di Fabio Fazio la lanciò in cima alle classifiche. Facendola diventare un'icona dei salotti chic, e non solo televisivi. Poetessa, (ex) comunista, pubblicata da Adelphi, super recensita da Repubblica... Una leggenda. Però ogni leggenda ha le sue ombre. E ogni eroe un passato da rinnegare. Un'ombra su Wislawa Szymborska l'ha gettata, sul numero scorso di Panorama, un articolo di Marco Filoni, il quale in una sorta di lettera aperta dal titolo “Cari radical, la vostra poetessa non è un santino”, ha ricordato l'imbarazzante passato, con relativo imbarazzato silenzio, della scrittrice. Della Szymborska, infatti, si tende a ricordare, con corretta enfasi, il rifiuto per motivi ideologici, alla fine degli anni Quaranta, della pubblicazione del primo libro, che non superò la censura sovietica in quanto «mancante dei requisiti socialisti». Nonostante ciò la scrittrice rimase fedele all'ideologia ufficiale del Partito operaio unito polacco e negli anni '50 il debutto fu di quelli allineatissimi allo zdanovismo: nel '52 uscì la raccolta Per questo viviamo, con versi che elogiano Lenin (“Ha costruito solide fondamenta/ La tomba dove riposa/ questa nuova umanità”) e poesie dedicate alla costruzione della città-modello industriale stalinista. Mentre nel '54 fu la volta di Domande poste a me stessa, con un componimento - Un giorno - in cui piange la morte di Stalin: “Le lettere inflessibili non riescono a mostrare/ la mia mano tremante,/ il dolore che mi piega/ non riescono a cancellare le mie lacrime”). Entrambi i libri, socialisti e sovietici, per volere della stessa poetessa non sono stati mai più ristampati. Spariti, mai tradotti, tanto meno in Italia (i versi citati girano in Internet in traduzione “amatoriale”: l'editore ufficiale in Italia della Szymborska, contattato dal Giornale, preferisce non commentare).  Comunque, in seguito, a partire dagli anni '60, la poetessa prese le distanze da questo “peccato di gioventù”, come lei stesso lo definì (l'Economist, in occasione della morte, a febbraio, ricordò anche che in Polonia non le hanno mai perdonato una petizione a sostegno di un processo contro quattro preti cattolici). Ovviamente, come si premura di scrivere Panorama, “Wislawa Szymborska è stata e rimane un'immensa poetessa. Questi fatti nulla tolgono alla sua opera”. Tuttavia, rimane lo stupore per la pervicace propensione di certa intellettualità à la page d'innamorarsi di peccatori rinnegati e redenti. Come domandò, sulla pagina Facebook di Roberto Saviano (un altro intellettuale di destra pentito, adottato dalla sinistra), una spettatrice di origini polacche il giorno dopo l'esaltante lettura delle poesie della Szymborska in tv: “Perché questa fascinazione per il leninismo-stalinismo?”.Tra i tanti eroi che si possono scegliere, non è meglio qualcuno che “non ha partecipato alla schiavitù del nostro Paese?”. (di Luigi Mascheroni, Il Giornale, 7-VII-2012)