Shoah, quei nomi da ricordare.

Allo Yad Vashem l'elenco dei 6.806 ebrei italiani deportati.

La donna alta, elegante, dal piglio sicuro e attivo, che ha passato buona parte della vita a studiare lo sterminio degli ebrei, consegna un floppy disk all'uomo anziano vestito di nero, col grande cappello nero e la lunga barba bianca, che bambino di otto anni fu liberato dal campo di Buchenwald, orfano di genitori annientati a Treblinka. Sono Liliana Picciotto, 65 anni, 25 da storica al Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), e Yisrael Meir Lau, 75enne, presidente dello Yad Vashem, il memoriale della Shoah più grande e importante del mondo, ex rabbino capo ashkenazita d'Israele. Quando domani, alle 16.30, lei consegnerà nelle mani di lui il dischetto portato da Milano affinché il contenuto sia aggiunto all'imponente database israeliano, nel silenzio più assoluto il pensiero di molti andrà al 16 ottobre 1943. A quell'ora la retata al quartiere ebraico di Roma iniziata all'alba era finita: 1.200 esseri umani di ogni età erano stati arrestati, ne verranno poi deportati 1.020, ritorneranno in 17.

Nel dischetto ci sono i nomi del nostro «mondo scomparso», un elenco di 6.806 nomi che Yad Vashem chiedeva da tempo per pubblicarlo sul sito a cui si rivolgono studiosi e parenti delle vittime. Come spiega Liliana, la Fondazione Cdec ha voluto essere certissima dei dati: cognomi, date e luoghi di nascita di ognuno, compresi gli ebrei stranieri profughi nella Penisola, legami famigliari, città di residenza, località e giorno dell'arresto, se da parte delle autorità tedesche occupanti o delle milizie fasciste, quando ciascuno è stato deportato, verso quale campo, la sorte finale (notizie disponibili sul sito www.nomidellashoah.it). «Di questi 6.806 uomini, donne, bambini e vecchi portati via sono tornati in 837», ricorda la Picciotto, «e bisogna aggiungere i 322 ebrei morti in Italia, assassinati come alle Fosse Ardeatine o suicidatisi per la paura. E ancora i circa duemila deportati da Rodi italiana, di cui spero presto saremo in grado di fornire a Yad Vashem la storia altrettanto scientificamente dettagliata». C'è soddisfazione nella voce di Liliana, un orgoglio ben riposto se si pensa che quello del Cdec è probabilmente il database più accurato d'Europa. Per lei, e per coloro che l'hanno aiutata, ricostruire l'elenco e le circostanze degli arresti è stato «un imperativo etico portato avanti con determinazione per restituire a ognuno una identità e per costituire una specie di appello nominale alla nostra coscienza».

Non è e non deve essere un conteggio più o meno arido, bensì il ricordo - uno a uno, lentamente, nome per nome, suono per suono, viso per viso, sorriso per sorriso - di una generazione fatta sparire dai nazisti e dai fascisti. Sì, di quei nomi noi dobbiamo avere nostalgia. E l'Italia deve essere riconoscente a chi, come il Cdec, si impegna in un lavoro in cui memoria e storia s'incontrano e si fondono e la pietas si sposa alla ricerca scientifica. Ascoltare la voce triste e funerea dei documenti, la colonna prestampata alla voce «motivo dell'arresto», dove a mano i carcerieri scrivevano «per motivi razziali», come se fosse tutto spiegato con quella frase. «Abbiamo ripercorso passo a passo l'itinerario delle persone prese nelle loro case, nei luoghi di fuga, per strada, nei rifugi, dopo essere state scoperte come ebree. Non è facile oggi capire che si poteva essere fuorilegge perché appartenenti a una data cultura o a una data religione. Come madre, ho sempre avuto difficoltà a spiegare ai miei figli il senso di quello che è successo agli ebrei d'Europa non molti anni fa, so solamente spiegare come tutto ciò sia accaduto, il meccanismo messo in atto per perseguitarli ed eliminarli dalla faccia della terra, ma non il perché».

La cerimonia allo Yad Vashem è resa ancora più dirompente dalla morte avvenuta giorni fa a Roma di Shlomo Venezia, uno dei pochi sopravvissuti a Auschwitz-Birkenau, uno dei pochissimi - l’unico in Italia, una dozzina in tutto il mondo - testimoni dei Sonderkommando, i gruppi di deportati costretti a rimuovere i cadaveri dalle camere a gas e portarli ai forni. Così da ora in poi la narrazione negazionista sarà più libera, alla menzogna non potranno più controbattere la voce, le parole, l’emozione, le lacrime di chi fu costretto a lavorare ai forni crematori. «Non è lontano il giorno in cui se ne andrà l’ultimo testimone. Proprio per questo è ancora più necessario studiare ogni singolo caso, darsi da fare affinché non ci siano né buchi di conoscenza né dubbi. È l’unica difesa che abbiamo».

Invece i negazionisti del forum italiano di Stormfront hanno accolto la notizia della scomparsa di Venezia con esultanza e hanno aperto una discussione dal titolo «Morto il falsario olo-sopravvissuto Shlomo Venezia!», («olo-sopravvissuto» significata scampato alla Shoah nel gergo neonazista, ndr ) con irripetibili commenti accompagnati da oscene immagini di calici di vino e boccali di birra nel momento del brindisi. In Rete c'è dunque chi inneggia alla morte di Shlomo Venezia: tanto per non farci dimenticare che tutti gli arresti del dicembre 1943, del gennaio/metà febbraio 1944 furono compiuti dalla polizia italiana.

Questo negazionismo è tanto dilagante quanto impunito, ed è comunque palese una malcelata noia per la memoria. Tutto ciò ci parla ancora di odio antiebraico. E i siti italiani in stile Stormfront ci fanno «marameo». Così il dibattito, soprattutto tra storici, sulla opportunità o meno di una legge antinegazionista riprende corpo. «Ho sempre resistito a norme che imbavaglino le espressioni che negano lo sterminio - dice Liliana Picciotto -, però questi signori godono di una tale impunità che l'ondata aumenta in maniera impressionante. E io penso alla salvaguardia della dignità degli ebrei. E penso soprattutto al fatto che se tra i giovani passa l'idea che nazismo e fascismo non hanno compiuto nulla di male, come faremo noi a educarli ai valori positivi dell'umanità, della cittadinanza e della solidarietà?». È con questi pensieri nel cuore che Liliana consegnerà quel floppy disk nelle mani del vecchio rabbino Meir Lau, che fu bambino in un lager. (di Stefano Jesurum, Corriere della Sera, 15 ottobre 2016)