Quell’amore proibito tra Lidia e Cechov

Lei sposata e con figli non divorziò mai. Morì abbracciando la tomba di lui.

Lidia Alekseevna Avilova visse tra il 1864 e il 1943. Di lei non si parlerebbe ancora se non fosse stata coinvolta in una storia sentimentale avvolta nel mistero. Nacque a Tula, città nota per i kalashnikov e la vodka, accanto a Jasnaja Poljana, tenuta in cui Tolstoj passò buona parte della vita e scrisse i suoi capolavori; morì a Mosca, abbracciando la tomba di Anton Cechov. Di lei sono rimaste numerose testimonianze, l’Autobiografia in particolare. Questo libro reca come sottotitolo “Cechov nella mia vita». Ma in prima stesura — sottolineano i frequentatori delle sue carte — sarebbe stata titolata La storia d’amore della mia vita, insomma avrebbe voluto essere uno scritto-rivelazione. Del resto, basta aprire l’opera e leggere la battuta d’esordio: «La storia d’amore sconosciuta a tutti, ma che durava ben dieci anni...”. In questa pagine parla anche di altre sue frequentazioni e dell’amicizia con Tolstoj, Gorkij, Bunin.

L’amore, ah l’amore! Ci sono margini per affermare che tra Lidia e Anton i sentimenti misero in moto i corpi, e viceversa; ma i due resero sfuggente quello che in altre situazioni sarebbe stato chiaro. Noi ci limitiamo a cogliere qualche dettaglio di una storia complicata dall’animo russo, che è maledettamente diverso da quello occidentale (anche se a qualcuno sembra identico). Va innanzitutto detto che l’Autobiografia fa ancora discutere i critici, perché taluni credono che le vicende narrate siano vere, altri le considerano pura invenzione. Stando alla testimonianza della Avilova, avrebbe conosciuto Cechov nel 1889. Tra i manoscritti di questa donna, conservati all’Archivio Centrale dell’Unione Scrittori, vi sono lettere «ad Anton» dal 1892. Le carte recano delle note del celebre scrittore; si leggono consigli sui testi, osservazioni, chiose varie e si notano cancellature, esclamativi, sottolineature. Si direbbe quasi, dalle osservazioni, che Cechov la giudicasse troppo sentimentale.

Lidia era sposata e aveva figli, ma non si poneva problemi nel rivelare incontri segreti, situazioni dove il sesso giocò la vera parte. Cechov mostra nei suoi confronti confidenza. Per esempio, le scrive il 3 marzo 1892: «I tuoi personaggi sono molto frettolosi e fai abuso di parole come "ideale", "slancio" eccetera». Aggiunge un’esclamazione — la riportiamo in russo — «Nu ikh!», che si potrebbe rendere con «Vadano a quel paese»; ma anche con qualcosa di peggio. Poi si scusa. Si paragona a un «generale dell’esercito » per il suo impeto. Insomma, tra i due c’è complicità più che quella confidenza ricordata, qualcosa che sa trasformarsi nelle giuste occasioni in passione pratica. D’altra parte, non è esagerato ricordare che Cechov attendeva il divorzio di Lidia per poterla sposare. Ma lei, pur adorando con parole e scritti il sommo Anton, non compie il passo. E rimane con il consorte e la famiglia. Suo marito è paragonabile a quello di Anna Karenina: un burocrate della nomenclatura zarista, disposto a tutto pur di evitare scandali. Meschino e mediocre, cornuto, ideale per i romanzi.

Tra Lidia e Cechov non ci fu mai una vera rottura, anche se lo scrittore nel 1901 sposerà l’attrice Olga Knipper. Viktor Gajduk, professore a Mosca e autore di un libro in cui sono ricostruiti non pochi dettagli segreti dell’esistenza di Cechov, sostiene: «Occultava i suoi amori, mettendo in giro storie depistanti; sovente le inventava, non per vantarsi ma per gettare nello scompiglio amici e conoscenti». Ovviamente rendeva un pessimo servizio anche ai nemici che avrebbero voluto, con le questioni di sesso, colpirlo. Ragionevolmente possiamo affermare che ebbe due amori sicuri: la moglie e la Avilova. Ma quest’ultima, dopo la scomparsa dello scrittore nel 1904, entrò nella parte dell’amante- vedova e — come sottolinea Tatiana Zonova, anch’essa docente a Mosca — «non si riesce a capire sino a che punto abbia inventato le circostanze del suo amore e sino a che punto lo abbia veramente vissuto». E così l’ha reso sfuggente. Per sempre.

La Avilova morì sulla tomba di Cechov il 27 settembre 1943, lo stesso giorno in cui la Pravda pubblicò il decreto di assegnazione del Premio Stalin alla moglie Olga Knipper. (di Armando Torno, Corriere della Sera, 7 agosto 2012)