Quel lato umano del grande “Ulisse”

Cent’anni dalla nascita di Davide Lajolo

 

Robusto, tarchiato, capelli a spazzola, voce pastosa. Stare a sentire Davide Lajolo era come ascoltare il racconto di un'avventura. Non importa che parlasse di un poeta o di un pittore amici; o se affrontasse una questione politica. Ogni argomento aveva in sé un lato umano che affascinava, che scioglieva nel quotidiano anche le cose più ostiche. Un po' come avveniva con Raffaele De Grada.

E proprio il lato umano ha sempre contraddistinto Lajolo: lo rendeva partecipe, vicino, generoso soprattutto coi giovani, abbattendo così le differenze generazionali. Parlava con un ventenne? Il sessantenne Davide ringiovaniva di quaranta. Il linguaggio? Era quello del cuore, che non conosce età: «Non ho mai lasciato impigrire né il sentimento, né la ragione».

Eppure, a guardarlo, con quella faccia da mastino, inizialmente Lajolo incuteva soggezione. Questione di un attimo, poi metteva tutti a proprio agio. Ti prendeva sottobraccio e, direzione il bar più vicino, cominciava a raccontare...

Sono passati ventotto anni da quando Lajolo è uscito di scena per sempre; e cento dalla sua nascita, avvenuta a Vinchio d'Asti, nel Monferrato, il 29 luglio del 1912. «Nella stagione del grano biondo», aveva scritto.

Allora, a Vinchio - che, adesso, lo ricorda con una serie di manifestazioni - le scuole si fermavano alla terza elementare. («Per andare a zappare ne sanno anche troppo», diceva qualcuno).

Nonostante i suoi siano contadini, Davide va a studiare a Castelnuovo, nel collegio dei Salesiani. Maturità classica. E ùzzolo per giornalismo e letteratura.

Non ha tempo di laurearsi: volontario nella guerra di Spagna coi fascisti, collaboratore del Corriere Adriatico , ideatore di una rivista di poesia. E poi il matrimonio, il primo romanzo, la figlia. Seguono la II Guerra mondiale - sui fronti di Grecia e Albania compone versi per i compagni caduti -, l'impegno politico nel Pnf, la conversione e la guerriglia (partigiano col nome di «Ulisse»).

Quindi, altri libri: poesia, narrativa, biografie. E il grande amore per il giornalismo. Da caporedattore a direttore dell'«Unità», che lascia una volta eletto deputato del Pci. E i libri, fra cui: Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese, Veder l'erba dalla parte delle radici. Scrive anche sceneggiature per teatro, cinema e tv. Si occupa di artisti e letterati («Virtù e difetti si disperdono nell'incanto che sanno creare»), ma lo fa da poeta, come Carrieri e Quasimodo. Gli altri suoi amici si chiamavano Eluard, Sartre, Neruda, Ungaretti, Montale, Pasolini, Malaparte, Diego Fabbri (col quale mette in scena Il vizio assurdo).

Lajolo è stato uno dei miei primi incontri milanesi quando, nel 1971, entrai al Corriere. Ci presentò Giuseppe Migneco; quella stessa sera andammo a mangiare in una latteria di Brera, dove ci raggiunse Dante Ferrario, un letterato-architetto, di un candore disarmante, che cercava disperatamente una ragione per vivere. Tentò di suicidarsi. Ci riuscì al secondo tentativo.

Lajolo aveva simpatia per i siciliani, forse perché amava Quasimodo, di cui, quando ne scriveva, dava dei flash straordinari.

«Lo vedo venirmi incontro con quel suo passo che sapeva d'antico, lento sempre come in una processione e attento come in un agguato, il suo cranio greco e il suo naso leopardiano - scrive nella prefazione a Lettere d'amore a Maria Cumani (Mondadori, 1973) -. Quasimodo aveva sempre la sensazione di essere braccato (...). Rari i suoi momenti di liberazione, le sue ore felici, il suo trovarsi bene con un amico e potersi confidare (...); era così intimamente scoperto che ti ci dovevi affezionare, perché sentivi che il suo cuore soffriva di stare sempre in trincea».

Ecco come una faccia da mastino si commuoveva. Attento, però, a non farlo vedere. (di Sebastiano Grasso, Corriere della Sera, 26-VII-2012)