Quando gli italiani beffarono i tedeschi

Torna alla luce l'incredibile vicenda dell'oro iugoslavo di cui si impadronì il nostro esercito battendo sul tempo la Wehrmacht.

«Telefono a Ciano informandolo che oltre ai 12 quintali sono state trovate altre 100 casse di oro». L'appunto sul diario del generale Ugo Cavallero, del 2 maggio 1941, era sfuggito fino a oggi alla saga del tesoro jugoslavo diventato bottino di guerra degli italiani. Lo riporta alla luce Carlo de Risio sul numero di Nuova storia contemporanea in questi giorni nelle edicole e nelle librerie. Che fine ha fatto il tesoro di Cavallero? - Il mistero dell'oro di Stato jugoslavo finito in mani italiane è l'accattivante titolo. Dalla nota sul diario di Cavallero, comandante del fronte greco-albanese nella primavera 1941, è chiaro che il ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, era già stato messo al corrente dei 12 quintali d'oro di Belgrado finiti in mani italiane. Le nuove 100 casse sono l'ennesimo bottino di una vera e propria caccia all'oro tentata dagli inglesi e dai tedeschi, ma riuscita agli italiani. Nella convulsa primavera del 1941 il governo di Belgrado aveva deciso di «decentrare» l'intero tesoro di Stato nella base navale di Cattaro di fronte a profondi fondali. Il 17 marzo su «57 autocarri, nel più assoluto segreto, furono caricati non soltanto lingotti d'oro e monete - anche del defunto Impero Ottomano - per un peso complessivo di 60 tonnellate, ma divisa pregiata (6.000.000 di dollari, 2.000.000 di sterline, 800.000 franchi svizzeri)» riporta Nuova storia contemporanea. Mossa previdente, tenendo conto che il 27 marzo gli inglesi fomentarono un colpo di stato a Belgrado per rovesciare il patto con la Germania. Hitler ordinò di annientare la Jugoslavia il 6 aprile 1941. La rotta dell'esercito jugoslavo risultò subito inevitabile. Si salvò, per poco, solo un settore, il Montenegro, la via di fuga di Pietro II nominato re, dell'ambasciatore inglese e zona dove era stato nascosto il tesoro di Stato.
Da Scutari, scrive De Risio, «avanzò in direzione del Montenegro il XIX Corpo d'Armata, formato dalle divisioni Marche e Messina e dalla divisione corazzata Centauro. Furono i fanti della Marche, comandata dal generale Riccardo Pentimalli a scoprire, in una caverna naturale, a due chilometri dalla cittadina di Niksic, le casse ferrate e sigillate con una chiusura sulla quale si poteva leggere: Banque Nationale - Royaume de Yougoslavie - Caisse Centrale». Le famose 100 casse, una parte del tesoro di Belgrado, che faceva gola anche ai paracadutisti tedeschi lanciati sulle tracce dell'oro. Gli inglesi forse speravano di portarsi via il tesoro caricandolo su dei sommergibili. Parte del bottino, però, finì nelle mani degli italiani. Il 21 aprile 1941 il generale Cavallero annota: «Mi si comunica da Cattaro che si è presentato un sommergibile inglese per ritirare l'ambasciatore inglese accreditato a Belgrado. Do l'ordine di catturare il sommergibile e se questo fa resistenza affondarlo. L'ambasciatore sia trattato con la massima deferenza». Il «Regent» viene costretto a immergersi dalla raffiche di due caccia italiani. La missione del sottomarino fu provvidenziale per depistare i tedeschi collegandola alla «sparizione» del tesoro jugoslavo, che gli italiani avevano già trovato. Il 19 aprile il ministero della Cultura popolare a Roma aveva fatto comparire sui giornali un articolo dall'eloquente titolo: «Rapina britannica». Si sosteneva che Pietro II, in combutta con gli inglesi, aveva trasferito l'oro di Belgrado al Cairo. Nella ricostruzione su Nuova storia contemporanea vengono riportati passi salienti di una lettera inviata all'autore dell'articolo da Antonio Degortes, maresciallo maggiore dei carabinieri di un plotone a cavallo a Tirana nell'aprile del 1941. «Un colonnello dell'Esercito - scrive il carabiniere di Ladispoli, che allora aveva 23 anni - ci ordinò di raggiungere Cattaro per prelevare delle casse contenenti lingotti d'oro. Giunti a Cattaro (...) L'indomani, dopo l'alba, ci raggiunse un camion militare e un'auto con degli ufficiali. Trasbordammo trentaquattro casse in legno con impresso in ogn'una di esse un sigillo in Argento». Le casse dell'oro jugoslavo pesavano fra i 50 e gli 80 chilogrammi e sono state trasferite a Tirana per imbarcarle, come racconta il carabiniere, «su due aerei (S.81). (...) Giungemmo all'aeroporto di Foggia dove, oltre al colonnello comandante vi erano dei civili che presero in consegna le casse». L'oro jugoslavo tornò alla ribalta dopo l'8 settembre 1943 quando i tedeschi intimarono la consegna delle riserve auree italiane. Nell'inventario dei lingotti «saltò fuori un quantitativo di provenienza iugoslava: 8 tonnellate 329,9 kg». I tedeschi neppure capirono di essere stati giocati dagli italiani nella caccia all'oro di Belgrado. (Fausto Biloslavo, Il Giornale, 18 gennaio 2013)