PIETRO SCOPPOLA STORICO CRISTIANO - CORRIERE DELLA SERA

 

Corriere della Sera - 21 febbraio 2011

di Alberto Melloni

Sono passati tre anni e mezzo dalla morte di Pietro Scoppola, pensatore storico e pensatore politico di grande peso nella vicenda italiana: il suo archivio, all’Istituto Sturzo, mette a disposizione degli studiosi un materiale fatto di corrispondenze, interventi, note di lavoro attraverso le quali emerge il firmamento dei suoi legami. Quelli con gli altri uomini del «mestiere» di storico, quelli politici con il mondo della sinistra democristiana, quelli con gli allievi avviati alla ricerca: una teoria di nomi - ed è un dato - che però può essere colta anche nei suoi saggi e nei suoi libri.

Lo dimostra la bella rilettura che ne fa Agostino Giovagnoli in Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola (pagine 294, € 24), appena uscito per i tipi del Mulino non per caso. Il primo lavoro sul modernismo dello storico romano - passato dal Senato all’università come professore di Storia della Chiesa, per poi passare alla Storia contemporanea - uscì infatti dalla casa editrice bolognese quasi a marcare la sintonia con l’esperimento che voleva alimentare il confronto intellettuale fra cattolici, liberali e la sinistra che si dirà riformista (una parola, ricorda giustamente Giovagnoli, che veniva proprio dalla storia del modernismo...).

E ripercorrendo il tratto che va da quei primi saggi fino alla ricerca su De Gasperi, sul mito perduto d’una nuova cristianità, sulla democrazia «dei cristiani», sulla repubblica dei partiti - Giovagnoli rende familiare il lettore al linguaggio e allo stile di Scoppola. Due tratti decisivi per capire lo storico e l’uomo: lo ricordava anche una bella serata organizzata qualche mese fa in Roma dall’editore Laterza con Camillo Brezzi, Paolo Prodi, Eugenio Scalfari e lo stesso Giovagnoli, allievo e ora studioso del maestro. Il linguaggio di Scoppola è quello di un cattolico nato alla riflessione intellettuale sulle colonne di «Cronache Sociali» e plasmato spiritualmente dalla cultura degli intellettuali: quando Scoppola dice «religioso» ingloba quel fascio di significati che comprendono la fede, la dottrina, la disciplina, la verità, la rivelazione, la spiritualità; quando dice «coscienza» riassorbe tutta la riflessione che dal cardinale Newman a Blondel, da Maritain a Mounier percorre la filosofia («dei cristiani»?), zavorrata dalla pesantezza del rudimentale neotomismo di scuola ed esaltata dalla esperienza pratica della libertà. Allo stesso modo, quando dice «democrazia» Scoppola non intende un regime in astratto o in concreto: ma la dialettica fra forme costituzionali e convinzioni, fra pensiero della cittadinanza e moralità civile.

Per molti decenni il punto critico della ricerca di Scoppola è capire dove e come la politica italiana possa trovare una fonte a cui abbeverare la «democrazia » di cui la Dc è custode, come la «coscienza religiosa» possa alimentare un rinnovamento di cui il degrado politicistico, ben espresso dall’andreottismo, è la tomba: Scoppola lo fa con coraggio, da quando firma l’appello del 18 luglio 1960 contro Tambroni fino alla analisi sempre più lucida che accompagna gli anni postdemocristiani. Quell’analisi, osserva Giovagnoli, che pur a distanza di così pochi anni si rivela come «inattuale», non nel senso della obsolescenza, ma al contrario per la stridente dissomiglianza qualitativa rispetto allo sciupìo di banalità sui valori, sulle identità e sul peso delle componenti che accompagnano questi più recenti mesi della nostra vita culturale e, direbbe Scoppola, «religiosa».

Ma la «inattualità» non è di oggi e, se posso permettermi, bisognerebbe stare attenti a non smussarla, alla ricerca di sintonie col Papa che in un cattolico sono normali; o che, ad altri livelli, non ci sono proprio. Venendo sulla storia italiana recente, ad esempio, sei pagine virtuosistiche (pp. 195-201) nelle quali si elencano i punti di contatto fra il pensiero scoppoliano e quello ruiniano, non possono che riconoscere che «fra i due non ci fu intesa». E forse qualcosa di più, se dopo il convegno su «Evangelizzazione e promozione umana» (1976!) Scoppola non fu mai più invitato ai convegni della Chiesa italiana e se è stato trattato dall’«Avvenire» di allora come un infame. Un ostracismo che non fa onore a chi lo decise, ma non appanna, per inattualità, la «coscienza religiosa» di chi lo subì.