Nascondere e riscrivere, eterno vizio della storia

C’è una metodologia, di evidenza appunto plastica, che congiunge i progetti chiesti dalla provincia di Bolzano per "oscurare" a Piazza dei tribunali il bassorilievo del Duce a cavallo (opera di Piffrader, ma conclusa quando?) con la recente pudica copertura del seno nudo della riproduzione della Verità svelata dal tempo di Tiepolo che arredava la sala stampa di Palazzo Chigi.

Una metodologia che ha tradizione antica e robusta e che ha attraversato secoli di arte e relativi rapporti col potere politico, mietendo vittime illustri: i nudi michelangioleschi della Sistina scalpellati e ricoperti da Daniele da Volterra (appunto detto "il braghettone"); e, ancora in danno di Michelangelo, l’abbattimento a Bologna, da parte della fazione dei prepotenti Bentivoglio nel dicembre 1511, della statua in bronzo che aveva eretto a papa Giulio II. Soluzione spiccia e già da tempo in uso, di recente riportata alla memoria dalle immagini dell’abbattimento di statue e busti di dittatori europei ed extraeuropei. La via ora ideata di non ricorrere alla distruzione di monumenti, statue, bassorilievi politicamente indesiderati, ma di velarli, oscurarli e, quando non "censurarli" di nascosto con interventi plastici, "spiegarli" attraverso appositi pannelli o cartelli-guida in modo che nessuno possa vederli "a propria insaputa", dovrebbe però comportare un continuo aggiornamento al passo delle acquisizioni della ricerca storica: dunque pannelli mobili o un "serpente" di spiegazioni, da subordinare in ogni caso alla volontà politica delle provvisorie e dunque mutevoli maggioranze. Una rincorsa continua. Né si ha idea di quante opere d’arte politicamente falsate esistano. Non se ne conosce neanche un numero approssimativo. Occupandomi da tempo di questo particolare censimento, posso garantire un effetto sorprendente e depressivo. E poi perché limitare quelle soluzioni ai soli casi di monumentali appariscenze? C’è una casistica straordinariamente variegata che va da lapidi reticenti o false a motivazioni false di decorazioni vere, ad alte onorificenze istituzionali conferite con magniloquenza a dittatori e tiranni, e a volte neanche revocate. Per non parlare della filatelia e di ciò che trasmette: nel 1994 si ebbero roventi polemiche sull’opportunità di dedicare un francobollo commemorativo a Giovanni Gentile; ma passò inosservata l’emissione nel maggio 2008 di un francobollo dedicato a Ludovico Geymonat, grande filosofo della scienza e indefesso assertore del comunismo albanese. Dopo il crollo dell’impero sovietico, a sua onorifica memoria quante vie sono rimaste intitolate a Lenin e Stalin?

A chiudere, un caso emblematico e disatteso: durante la visita del presidente Ciampi a Berlino il 26 giugno 2003, gli fu chiesto un parere in merito al rispetto dell’architettura littoria, fasci compresi, della restaurata ambasciata italiana: rispose che non aveva ancora visto, ma che comunque rappresentavano «un periodo storico vissuto; non abbiamo abbattuto in Italia ogni simbolo del Ventennio non per un fatto di rievocazione, ma di attestazione di un periodo storico». Pochi minuti dopo, all’inaugurazione della sede dell’ambasciata, ravvisò nelle sue "linee architettoniche" «sia i tratti di una cultura che sopravvive alla prepotenza sia la luminosità della democrazia», a testimonianza di «uno sviluppo storico e di pensiero che ha trasformato una drammatica esperienza in un insegnamento di civiltà per il nostro futuro». (Paolo Simoncelli, Avvenire, 8 gennaio 2013)