Mussolini marciò su Roma ma il vero golpista fu Facta

Aldo A. Mola rilegge il 28 ottobre del '22 scaricando le responsabilità sul presidente del Consiglio. Tesi audace, troppo tenera con i Savoia.

A cura di Aldo A. Mola, infaticabile ricercatore nei meandri della Storia maggiore e minore, esce ora il saggio Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno, pagg. 376, euro 25). Il tema è dunque quello, inesauribile, della «marcia su Roma». Il volume offre abbondante materiale burocratico - verbali delle riunioni di governo, lettere ai prefetti o dai prefetti, uno stringatissimo «diario della casa militare del re» - che confermano il clima di marasma istituzionale e di dilagante violenza nel quale avvenne la presa di potere del fascismo. Con un Mussolini che nel caotico spettacolo sta una spanna sopra tutti gli altri - incluso il vecchio e assente Giolitti - per risolutezza, abilità tattica, cinismo, spregiudicata demagogia.

Come presidente del consiglio Luigi Facta, un brav'uomo piemontese controfigura di Giolitti, era del tutto inadeguato al ruolo che la Storia gli assegnò. Il 20 ottobre 1922, «mentre la convocazione del congresso del Partito Nazionale Fascista a Napoli minacciava d'incendiare il Paese il governo approvò il regolamento per la vendita di accendini e pietre focaie». Il 24 ottobre Facta aveva comunicato a Vittorio Emanuele III, illudendolo e illudendosi, che il progetto d'una marcia su Roma era tramontato. Uscì dal torpore ottimistico il 28 ottobre, quando già le camice nere avviavano il loro percorso eversivo. Il Consiglio dei ministri deliberò allora, all'unanimità, «di proporre al Re la proclamazione dello stato d'assedio». La notizia di quella misura estrema fu diramata prima che il Re desse il suo assenso. Come tutti sappiamo non lo diede, Mussolini arrogante e fremente a Milano vide schiudersi, senza bisogno d'ulteriori azioni, la strada verso Roma: dove arrivò in vagone letto e dove le sue squadre s'aggirarono per poco, prima d'essere rimandate a casa.

Monarchico convinto - oltre che fervente giolittiano - Mola enuncia e ribadisce in queste pagine una tesi che è storicamente minoritaria e che personalmente non condivido. La tesi cioè che sia per la marcia su Roma sia per gli ulteriori atti del fascismo il Re si sia attenuto scrupolosamente allo statuto albertino, abbia esercitato i suoi poteri, abbia adempiuto i suoi doveri.

Cito Mola: «Ne fosse o meno consapevole, quando dette per scontata l'approvazione dello stato d'assedio da parte del Re fu Facta a compiere l'unico colpo di Stato davvero tentato il 28 ottobre 1922: l'esautoramento del sovrano e delle sue prerogative statutarie». Impostato così il problema delle responsabilità, e trasferita la colpa insurrezionale dalle rumoreggianti squadracce a Facta e ai suoi ministri, Mola vuole anche smentire chi attribuisce il rifiuto del Re al timore d'un avvento, in sua vece, del Duca d'Aosta, e a esitazioni delle forze armate. Vittorio Emanuele III umiliò il governo in carica e agevolò la cavalcata fascista sulla capitale perché lo stato d'assedio «gli venne proposto da un governo ormai dimissionario e quindi in carica per l'ordinaria amministrazione, cioè inadeguato a fronteggiare un'emergenza di quella portata». Lo stato d'assedio, insiste Mola, avrebbe impedito una soluzione statutaria della crisi.

Rispetto l'opinione di Mola, limitandomi a rilevare che il Re, a San Rossore, doveva sapere dei telegrammi che Facta inviava ai prefetti. Come a quello di Pisa, il 26 ottobre. «Vi sono fondati timori che sia imminente un moto rivoluzionario fascista contro uffici e organi governativi. Governo dispone che qualora ciò si verifichi, dopo esperito ogni altro mezzo, si faccia uso delle armi». Se non era lo stato d'assedio, ci somigliava molto.

Con le mie obiezioni all'impostazione di Mola non voglio in alcun modo riabilitare una dirigenza politica che si lasciò sopraffare - per ignavia, incapacità, incertezza - da un Mussolini che aveva tutte le qualità mancanti a Facta e compagnia. Ma l'idea che l'itinerario della monarchia - dalla marcia su Roma al Tribunale speciale, alle leggi razziali e allo sciagurato coinvolgimento nella guerra - sia avvenuto nel pieno rispetto della legalità non mi convince nemmeno un po': di sicuro sarebbe stato molto rischioso per il Re opporsi all'Insonne che aveva anche un vasto consenso popolare. Optò per la prudenza e la rassegnazione, non per lo Statuto. (Mario Cervi, Il Giornale, 19 dicembre 2012)