Mosé, i debiti e i peccati da punire. Storia del “cemento” che ha fatto gli Stati

Dall’antico Testamento al primo crac di Dionigi, fino alla nascita dell’America.

“Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non a tuo fratello” (Deut 13:20). Così ordina Mosè agli ebrei nel momento in cui la loro società si trasforma da nomadica in stanziale. Mosè è consapevole che il debito è al tempo stesso indispensabile cemento e potenziale disgregatore della vita sociale.

Così, il codice di Hammurabi (circa 1772 a.C.), nella ben più evoluta Babilonia, regola minutamente gli obblighi non solo dei debitori ma anche dei creditori. Questi devono attendere il raccolto prima di esigere il «frutto» (l'interesse del 25-35%) di una terra data a prestito; se poi tempesta o la siccità distruggono le messi, il pagamento dell'interesse per quell'anno va sospeso. Per evitare che i debiti raggiungano proporzioni tali da minacciare la pace sociale, Mosè prescrive la periodica proclamazione di anni giubilari nei quali ogni debito sia azzerato.

Regolare saggiamente il debito è arte difficile, alcuni dicono impossibile. La sua abbondanza alimenta quell'«esuberanza irrazionale» che si trasforma in un altrettanto irrazionale eccesso di prudenza che produce la rarefazione del credito e lo stallo del commercio e dell'industria. E' una sequenza che non cessa di prenderci alla sprovvista benché ne avesse già parlato Cicerone nell'orazione Pro Lege Manilia del 66 a.C. e si sia poi ripetuta in varie mutazioni per i successivi duemila anni.

Il primo grande debito pubblico è forse quello di Dionigi, tiranno di Siracusa tra il 405 e il 367 a.C. Non riuscendo a rendere ai propri cittadini quanto gli avevano prestato in buona moneta, Dionigi provvide a una nuovo conio a basso contenuto d'argento con il quale rimborsare il debito. Fu il primo di una lunga serie di sovrani che ricorsero all'inflazione per «monetizzare», come oggi si dice, il rimborso del debito pubblico. Altri re andarono ancora più per le spicce, semplicemente rifiutandosi di restituire quanto era stato loro prestato. Così face Edoardo III d'Inghilterra nel 1345 mandando a gambe all'aria i banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi e con loro un gran numero di toscani che si erano fidati della prudenza di quei banchieri, noti come «colonne della cristianità». Una quarantina d'anni prima, l'enorme debito di Filippo IV di Francia era stato risolto in modo ben più crudele. Non bastandogli i frutti delle espropriazioni fatte agli ebrei espulsi dalla Francia, ai banchieri lombardi e a numerose abbazie, il re distrusse l'ordine dei Templari, al quale doveva enormi somme, mandandone al rogo il Gran Maestro. Il rischio del prestito sovrano non sfuggiva, ovviamente, ai banchieri i quali chiedevano a principi e re interessi adeguati: attorno al 40 per cento l'anno.

Senza il debito, non avrebbe potuto fiorire il capitalismo delle città italiane a partire dal dodicesimo secolo. Bisognava tuttavia superare la diffidenza della Chiesa verso il prestito a interesse. Il progressivo sviluppo della dottrina del Purgatorio rese il peccato di usura meno gravoso per chi lo commetteva fidando che gli eredi avrebbero poi acquistato per lui adeguate indulgenze. D'altra parte, furono gli stessi francescani, fondatori dei Monti di Pietà, a capire che un prestito a tasso regolato è preferibile all'usura. E poi, il pagamento dell'interesse può essere camuffato in vario modo: cambio di valuta, commissioni per servizi resi.

Non ci sarebbero state né la rivoluzione commerciale né quella industriale in assenza di obbligazioni di debito negoziabili in mercati regolati. Sia i privati sia i governi compresero quanto fosse vantaggioso potersi finanziare a tassi modesti. Il re non poté più cavarsela confiscando i beni dei cittadini, anche perché questi avevano stabilito il principio che non fosse possibile tassare senza il consenso del Parlamento. La reputazione divenne requisito essenziale del debitore, privato o pubblico. Il debito pubblico americano nacque perché Hamilton, per instillare fiducia nei creditori della nuova repubblica, convinse il congresso federale ad assumere i debiti accesi per la guerra d'indipendenza dai singoli stati e che questi erano incapaci o poco desiderosi di

Negli ultimi due secoli, la guerra è restata la principale causa del debito sovrano. Per sconfiggere Napoleone, la corona d'Inghilterra accumulò un debito pari al 250 per cento del prodotto interno lordo. Il Regno d'Italia nacque con un debito elevato che aumentò ulteriormente con la guerra del 1866. Le riparazioni pagate dai vinti ai vincitori diedero luogo a grandi debiti internazionali.

Dal 1945 a oggi il debito pubblico, in Europa, non nasce più dalla guerra. E' maggiore nei paesi che per ragioni politiche e, soprattutto sociali, non sono stati in grado ottenere che i cittadini finanziassero interamente con le imposte lo stato sociale. In questi paesi è proprio l'alto indebitamento a costituire, oggi, la principale minaccia a quella che la grande maggioranza dei cittadini stessi considera come una grande conquista di civiltà del ventesimo secolo. (di Gianni Toniolo, Corriere della Sera, 31-VII-2012)