Lo storico che capì l’animo dei soldati

Scompare a 78 anni il più grande esperto militare che non vide guerre ma le analizzò come nessun altro

Sir John Keegan aveva 6 anni quando le prime bombe tedesche vennero lanciate su Londra. Non ne sentì nemmeno una. Suo padre, artigliere nella Prima Guerra Mondiale, era stato incaricato di occuparsi di 300 bambini evacuati nella campagna inglese. Fu con loro che Keegan passò l’infanzia, e con i soldati polacchi e britannici accampati nei pressi del paese. Arrivarono anche gli americani, che riempivano le strade e i negozi. Poi, da un giorno all’altro, nel giugno del 1944 se ne andarono tutti. Il più grande storico militare contemporaneo, che ha scritto per due decenni i suoi articoli anche su La Stampa, analizzando i conflitti nel Kosovo, alle Falkland, in Afghanistan e Iraq, non ha mai visto una guerra da vicino, ma le ha capite più di tutti, nonostante le dure battaglie personali che ha dovuto combattere per i litigi con la Royal Air Force, che non accettava le sue critiche, e per la supponenza di tanti storici blasonati che forse invidiavano solo il successo dei suoi libri.
Alla fine della guerra i genitori lo mandarono al Wimbledon College, dove nello stesso momento incontrò la tragedia e la ragione della sua vita. Nel 1947 contrasse la tubercolosi e all’epoca si riteneva che solo l’aria aperta potesse curarla. L’ospedale del Surrey nel quale fu ricoverato non aveva finestre e d’inverno i pazienti dovevano indossare pesanti maglioni e la notte venivano in qualche modo protetti da paraventi di tela messi intorno ai letti. La malattia ovviamente non migliorò.
All’ospedale St Thomas’s, vicino al ponte di Westminster, le cose andarono meglio, non solo dal punto di vista sanitario. Insieme a lui c’erano decine di veterani cockney, che raccontavano stupefacenti storie di guerra. Il cappellano anglicano gli insegnò il greco, un altro paziente gli insegnò il francese e nella biblioteca c’erano tutti i libri di Thomas Hardy, che divenne il suo autore preferito. Fu in quell’ospedale che Keegan maturò la decisione di diventare uno storico militare.
Appena la salute glielo permise, andò a visitare i campi di battaglia della Guerra Civile americana, sulla quale tre anni fa scrisse l’ultimo libro, sostenendo la tesi che era stata la geografia dei luoghi a decidere molte battaglie. Al ritorno, trovò un lavoro all’ambasciata americana, per la quale preparava rapporti politici. Subito dopo, la Royal Military Academy di Sandhurst, quella in cui si è diplomato il principe William, gli offrì un posto come insegnante, che ha mantenuto per 25 anni. Avrebbe preferito Oxford, dove sulle cose di guerra si possono avere opinioni diverse, ma a Sandhurst Keegan scoprì che la mentalità militare non è sempre così ottusa e che le idee liberali si diffondono anche tra i soldati di professione. Nel 1976 pubblicò uno dei suoi libri più importanti The Face of Battle, nel quale i conflitti non erano visti dal punto di osservazione dei generali o degli storici, ma da quello dei soldati. Aveva esaminato tre battaglie: quella di Agincourt del 1415, quella di Waterloo del 1815 e quella della Somme, nel 1916. Aveva divorato diari, lettere, resoconti di testimoni, poesie scritte in attesa dello scontro, arrivando alla conclusione che i soldati provano dovunque e in qualunque epoca le stesse terribili sensazioni: una profonda paura, il desiderio di uccidere, la disponibilità a mettere a rischio la propria vita per salvare quella di un camerata. Nel 1986 il Daily Telegraph gli propose l’incarico di Defence Correspondent e gli diede una scrivania a Fleet Street, dalla quale analizzò tutti i conflitti mondiali. Nel 50° anniversario dello sbarco in Normandia, Bill Clinton lo chiamò alla Casa Bianca e discusse privatamente con lui alcune questioni di guerra. La Regina lo nominò baronetto nel 2000. Con i soldi guadagnati nel tempo, comprò una casa del diciassettesimo secolo nel Wiltshire, dalla quale raccontava per il magazine del Telegraph storie di contadini e le avventure del suo amato gatto, Edgar. Gli ultimi anni sono stati crudeli con lui, costretto su una sedia a rotelle e con una gamba amputata. Ma ancora si faceva portare in redazione, per rispondere alle lettere e partecipare alle riunioni. È morto il 2 agosto, assistito dalla moglie Susanne, dai quattro figli, e da Edgar. (di Vittorio Sabadin, La Stampa, 4 agosto 2012)