L’Italia dei poveri messa al muro

Salvatore Astuto, 26 anni, di Caltanissetta, analfabeta, 49° Battaglione bersaglieri, fu «accusato di codardia» e per questo condannato «per mezzo della fucilazione nel petto» perché il 14 maggio 1916 si rifiutò di andare in prima linea insieme alla sua compagnia.

 

Si legge nella sentenza del Tribunale di guerra del VI Corpo d’Armata: «Il Tribunale ravvisa tutti gli elementi del reato previsto e punito dall’art. 92 e più precisamente da quella ipotesi di esso che riflette il rifiuto di marciare contro il nemico, rifiuto sulla cui sussistenza non può dubitarsi per le ragioni suesposte e che ha indubbiamente come motivo non già il non sentirsi, come l’accusato afferma, ma un senso di pusillanimità che costituisce l’elemento distintivo del reato che gli si ascrive». Dunque per paura di andare a combattere. È di cinque righe, invece, il telegramma datato 15 aprile 1916 con cui il Reparto Disciplina e Giustizia militare trasmetteva al Comando Supremo Reparto Giustizia due esecuzioni e altrettante condanne di militari italiani a seguito della violazione del codice penale militare: «3167 Rosso. Stamane ha avuto luogo esecuzione soldato Buda Carmine e Annaloro Antonino. Oggi pronunziate due condanne fucilazione carico soldato Passantino Salvatore 144° Reggimento Fanteria allontanatosi trincea inizio azione 28 marzo e soldato Eufemi Pietro 88° Reggimento fanteria agente principale reato rivolta perché 13 marzo rifiutò obbedire con altri dovendo andare trincea. Stop».

Dietro a messaggi stringati del genere centinaia di giovani vite furono spezzate. È il caso di Buda, 25 anni, di Catanzaro, incensurato; a un certo punto si rifiutò di andare in prima linea. Lo stesso fece Annaloro, anch’egli venticinquenne, nato a Palermo. Il primo, si legge nella sentenza del Tribunale di Guerra del VII Corpo d’Armata, fu accusato di «rifiuto d’obbedienza perché il 15 marzo 1916, ordinatogli dal sergente De Michelis Filippo di recarsi a lavorare cogli altri suoi compagni, mentre trovavasi alla presenza del nemico, si rifiutò di ubbidire: ripetutogli l’ordine dal capitano Dagna Riccardo opponeva lo stesso rifiuto». Entrambi i soldati Buda e Annaloro furono colpevoli «del reato di cui all’art. 72 n.4 del Codice penale dell’esercito perché nella sera del 12 marzo 1916, in territorio di occupazione, mentre si trovavano alla presenza del nemico, e a poche ore dall’inizio di un’azione, unitamente ad altri militari rimasti sconosciuti, tumultuarono e sollevarono grida allo scopo di obbligare il loro comandante
a non impegnare l’azione».

Giovanni Moglia, 28 anni, torinese, sposato con figli, commerciante e sergente del 162° Reggimento Fanteria, fu accusato insieme a Natale
Lanza, 26 anni di Novara, falegname anch’egli ammogliato, di «abbandono del posto di combattimento in faccia al nemico».

Per Moglia ci fu la condanna «per mezzo della fucilazione nel petto». Lanza invece ebbe una pena a venti anni di reclusione in carcere militare. Storie che emergono dai documenti custoditi e concessi grazie all’Archivio Centrale dello Stato, utili a comprendere il dramma di quella «inutile strage» che fu la Grande Guerra. Molti di quei ragazzi non erano mai usciti fuori dal proprio paese, non parlavano italiano, non sapevano né leggere né scrivere. Inoltre il 1916 fu, forse più del precedente, l’anno in cui i soldati iniziarono ad avere la percezione che tra loro e il quartier generale da dove venivano coordinate le operazioni c’era uno scollamento e non sempre i capi sapevano quali fossero le reali condizioni dei soldati. A ciò si aggiunse la rigidità di una disciplina che traeva origine nel codice penale militare risalente al 1869, molto simile a quello promulgato dal Re di Sardegna nel 1859, il quale a sua volta si era ispirato al precedente codice del 1840.


Per tale ragione molti militari furono sottoposti a processi anche per futili motivi, come quello di aver omesso il saluto militare a un superiore in grado. In totale, i soldati processati durante il conflitto furono 262.481, a cui si aggiunsero 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Nell’insieme furono processate 325.527 persone. In questa moltitudine di procedimenti, 4.028 si conclusero con la condanna alla pena capitale, di cui 2.967 con gli imputati contumaci e 1.061 al termine di un contraddittorio. Le sentenze eseguite furono 750, ma il numero dei fucilati fu molto di più. Si stima circa altri 350 gli uomini giustiziati attraverso decimazioni o esecuzioni sommarie. (Vincenzo Grienti, AVVENIRE 4 novembre 2015)