Leni, Hitler e una leggenda sfatata: la mancata stretta di mano a Owens

La Riefenstahl, una vita da star e d'avventura tra i protagonisti  di nazismo e fascismo

Ai tempi del fascismo, quando i treni arrivavano sempre in orario e Petronilla spopolava nelle cucine, nei cinema si proiettavano i film dei telefoni bianchi. Provarono a chiamarli anche déco o commedie all’ungherese, che è un po’ come chiamare un bimbo col suo terzo nome di battesimo sperando che infine si volti. Dagli studi di Cinecittà il fascismo sfornava più di ottanta pellicole all’anno, autarchiche come il karkadè ma più potabili e gradite del caffè di cicoria. Commedie e kolossal, film di cappa e spada e polpettoni bellici; si strizzava l’occhio a Hollywood, si danzava tra le liane, e da un lenzuolo buttato all‘aria un seno fece arrossire l’Italia. Se l’apologeta Blasetti e Camerini furono i registi di maggior carisma, tra i divi trionfarono De Sica, Nazzari, Giachetti, la slava Assia Noris, Isa Miranda, la rapinosissima Laura Nucci, Doris Duranti, l’amante di Pavolini e la sciagurata coppia Ferida-Valenti, fucilata a Milano dai partigiani.
Nel cinema della Germania nazista la stella più fulgida fu invece Leni Riefenstahl ballerina e star di film alpestri prima, regista di grandi opere propagandistiche poi. Di lei si invaghì anche il Führer – e non solo artisticamente. Leni fu amica di Pabst e von Sternberg, di Mussolini e di Cocteau, visse coi Nuba e rifiutò le avances di Goebbels che, singhiozzando, strisciò ai suoi piedi. Filmò la leggenda di Jesse Owens e rischiò la vita in Kenya – la sua jeep precipitò in un burrone pur di non investire un antilope nana. Vide Remarque cornificato dalla moglie e i primi schizzi di "Fantasia" dalle mani di Walt Disney in persona. Fu testimone in Sudan di una rivoluzione, diventò documentarista subacquea alla tenera età di ottantanni (barò sulla data di nascita nella domanda di ammissione; ‘1922‘, scrisse, anziché 1902), trattò a pesci in faccia Goering, fu presa a sassate dalle donne Masai, cacciò orsi polari tra i ghiacciai della Groenlandia.
Giurò, nonostante la sua amicizia con Hitler e con tutti i caporioni del regime nazista, di essere sempre stata all’oscuro dell’esistenza dei campi di concentramento e dello sterminio degli ebrei e quando andò in America nel 1938 e si sentì gridare: “E’ vero che i tedeschi bruciano le sinagoghe, distruggono i negozi ebraici e uccidono gli appartenenti a quel popolo?” replicò inorridita: “ E’ tutta una montatura!” ma nel 1949 la rivista Revue la accusò di aver reclutato come comparse degli zingari spagnoli internati ad Auschwitz per il suo film ‘Bassopiano’. Nell’aprile del 1952 il tribunale di denazificazione di Berlino la scagionò da queste accuse infamanti, ma la storia degli zingari di Auschwitz la perseguitò per tutta la sua vita. Nel 1995 uscì in Italia, col titolo di ‘Stretta nel tempo‘, ‘Memoiren’ la sua biografia: più di 500 pagine di ricordi, rivelazioni inedite, versioni definitive su episodi controversi con le quali la sua autrice voleva saldare tutti i conti in sospeso con la Storia.

Le pagine più divertenti? Quelle in cui la Riefenstahl rievoca la lavorazione di Olympia, il film sulle Olimpiadi di Berlino, rivelando, fra l’altro, che la leggenda secondo cui Hitler rifiutò di stringere la mano a Owens per motivi razziali fu tutta una bufala; la colpa fu invece del presidente del comitato olimpico francese, il conte Henri Graf de Baillet-Latour che chiese la sospensione del cerimoniale in cui Hitler si intratteneva coi vincitori nella sua tribuna d’onore, perché non previsto dal protocollo.


“Con questo film volevamo realizzare qualcosa di nuovo, e ciò significava sperimentare soluzioni tecniche originali. Hans Ertl aveva costruito una macchina da presa automatica che consentiva di seguire gli scattisti sulla pista dei cento metri; in questo modo avremmo girato riprese mai viste…Per filmare lo stadio da una prospettiva aerea, a quell’epoca non esistevano ancora gli elicotteri, provammo a servirci di un pallone. Ogni mattina, dopo aver legato a esso una piccola macchina da presa, lo liberavamo verso il cielo; grazie a un’inserzione sulla Berliner Zeitung am Mittag, nella quale promettevamo una ricompensa a chi ritrovava la cinepresa, riuscimmo ogni volta a recuperare l’apparecchio e il materiale filmato. Anche per le finali di canottaggio a Grunau escogitammo qualcosa di nuovo: un pontile lungo cento metri dal quale era possibile seguire con il carrello gli armi nelle fasi più avvincenti della gara, fin sulla linea del traguardo. Fallì invece il nostro tentativo di riprendere questa sfida emozionante dall’alto, con un pallone frenato prestatoci dalla Luftwaffe. Nelle gare di equitazione, legammo piccole macchine da presa alle selle dei concorrenti, in questa maniera riuscimmo a ottenere immagini di particolare effetto. Walter Frantz ebbe una geniale idea: costruì un cestino di corda, e vi alloggiò una minuscola camera, chiedendo ai maratoneti di legarselo al petto durante gli allenamenti…”.

Curioso e storicamente rilevante, invece, l’incontro tra la Sacerdotessa del bello e il Duce. E’ Hitler in persona a mandare la Riefenstahl in ‘missione’ a Roma; ammira il Duce e confida alla donna, con larvata noncuranza “Anche se un giorno dovesse diventarmi nemico, continuerò ad avere molta stima di lui”. Mussolini appare alla Riefenstahl non molto alto, forte e tenace, un Caruso in uniforme; la stima molto e vorrebbe scritturarla per un film che documenti l’impresa grandiosa delle bonifiche delle paludi Pontine. Poi lamenta il tentativo che tanti diplomatici, italiani e tedeschi, mettono quotidianamente in atto per impedire un avvicinamento tra lui e Hitler. E congeda la sua ospite così: “ Può comunicare al Fuhrer che, comunque vadano le cose in Austria, non mi immischierò mai nelle questioni interne di quel paese”.

Anche nel suo ultimo incontro con Hitler, la Riefenstahl sentirà parlare in maniera favorevole del Duce. “Mussolini è un’eccezione; le sue doti sono molto al di sopra di quelle della media degli italiani che combattono le guerre soltanto per perderle. A parte i loro alpini, sono inetti alla guerra, al pari dei popoli dei Balcani, con la sola esclusione dei valorosi greci. Per noi, l’entrata in guerra dell’Italia è stata una sventura. Se gli italiani non avessero attaccato la Grecia, e non ci avessero chiesto aiuto, il conflitto si sarebbe evoluto diversamente. In Russia, avremmo anticipato la morsa del gelo, conquistando Leningrado e Mosca. Non ci sarebbe stata alcuna Stalingrado. Il fronte della Russia meridionale ha ceduto soltanto perché i soldati italiani e balcanici non hanno saputo battersi, cosicché abbiamo dovuto reggere da soli tutto il peso della guerra. Mussolini sta conducendo una lotta alla testa di una nazione che lo ha vergognosamente tradito”. Più o meno quello che pensava anche la Petacci, che dava a Mussolini del fesso perché non si accorgeva della corte di ipocriti e traditori che lo circondava.

La rivelazione più sorprendente? Forse l’aver consigliato Marlene Dietrich a von Sternberg per il ruolo di Lola Lola in ‘Der Blaue Engel’; a von Sternberg avevano cercato di imporla in tutti i modi e le sue foto il regista le aveva trovate orribili. “Marlene Dietrich? - replicò la Riefenstahl incredula – L’ho vista una volta, e subito l’ho notata. Era seduta da Schwanecke, un piccolo caffè frequentato da artisti nella Rankenstrasse, insieme a un gruppetto di giovani attrici. Sono rimasta colpita dalla sua voce profonda e roca, molto sensuale, anche se un po’ volgare. Forse era brilla. Diceva ad alta voce: “Non capisco perché occorra avere un bel seno, non è la fine del mondo se è leggermente cascante”. Poi ha sollevato il seno sinistro mentre le ragazze intorno a lei strabuzzavano gli occhi divertite. Sono convinta che la Dietrich sia l’attrice che lei sta cercando”.


Sbagliava di rado la Sacerdotessa del bello. Disse un giorno Josephine Baker:” Ballerò tutta la vita: mi piacerebbe cadere, sfinita, al termine della danza”. La Riefenstahl cadde, sfinita, dopo una danza lunga più di un secolo. Fu regista geniale e donna ambigua, figura controversa e scomoda come forse neppure Céline. Fu assolta da tutti i tribunali ma in pochi le perdonarono il suo ingombrante passato. L’incipit nella sua biografia fu una frase dell’ebreo Albert Einstein. “Su di me è stata scritta una tale quantità di spudorate menzogne e di invenzioni arbitrarie che, se me ne fossi curato, sarei già da lungo sotto terra. Ci si consola al pensiero che il tempo possiede un vaglio attraverso il quale gran parte delle sciocchezze finisce nel mare dell’oblio”. (di Lorenzo Cairoli, La Stampa, 27-VII-2012)