L’arte durante le guerre? Mai così bella

Francia, successo e polemiche sulla mostra al Museo d’Arte Moderna dedicata agli artisti che lavorarono ai tempi dell’occupazione nazista.

La mancanza di libertà aguzza l’ingegno? Il genio può risplendere mentre intorno cala la notte? Che rapporto c’è fra la libertà politica e quella artistica? D’accordo, non sono interrogativi nuovi. Ma adesso li ripropone una grande mostra, aperta fino al 17 febbraio, al Musée d’art moderne de la Ville de Paris. Titolo: “L’Art en guerre, France 1938-1947. De Picasso a Dubuffet”. Le circostanze sono note. Nella Francia occupata in generale, e a Parigi in particolare, gli anni dal 1940 al ‘44 sono, intellettualmente parlando, d’oro. Il Paese è sconfitto ed è spaccato, a Nord sotto occupazione (e che occupazione, quella nazista), a Sud amministrato dall’Etat français di Pétain, un regime autoritario che con il passare del tempo diventa sempre più fascista, collaborazionista e antisemita, fino a farsi complice attivo dell’Olocausto.  Eppure l’arte, la musica, la letteratura, il teatro e il cinema prosperano. Non è solo questione di quantità, che pure non manca: l’editore Gallimard triplica il suo fatturato e in quattro anni si girano 220 film. E’ anche e soprattutto questione di qualità. Sono attivi, giusto per fare qualche (grande) nome, Picasso, Sartre, Poulenc, Dubuffet, Clouzot, Aragon, Carné, Bazaine, Matisse, Braque, Claudel, Montherlant, Messiaen, Breton e così via. Sull’argomento sono almeno tre i libri da leggere: «L’Art de la défaite 1940-1944» di Laurence Bertrand Dorléac, che è anche la curatrice della mostra, «Les Arts sous l’Occupation. Chronique des années noires», opera collettiva diretta da Stéphane Guégan ed «Et la fête continue. La vie culturelle à Paris sous l’Occupation», un saggio brillante e polemico di Alan Riding, ex corrispondente da Parigi del «New York Times». Tutti e tre, con sfumature di giudizio diverse, testimoniano la ricchezza della vita culturale parigina, nonostante i tedeschi, le retate, i bombardamenti, la censura e le ristrettezze generali. E non solo per la armi di distrazione di massa come la musica leggera o il cinema (che peraltro in quegli anni sforna il capolavoro dei capolavori francesi, «Les enfants su paradis» di Marcel Carné), ma anche per le avanguardie.  Gli artisti si dividono in quattro grandi categorie. Ci sono i perseguitati, perché ebrei o comunisti. Ci sono i prigionieri di guerra, come Olivier Messiaen che scrive il suo immenso «Quartetto per la fine del tempo» nello stalag VIII A di Görlitz. Ci sono quelli che aderiscono alla Resistenza, che alla fine sono abbastanza pochi e in ogni caso molto meno numerosi di quelli che lo rivendicheranno a Liberazione ottenuta. E poi c’è la grande maggioranza, quella che si arrangia. Sartre, per una volta sincero, lo raccontò con un paradosso: «L’Occupazione era intollerabile e noi ce ne siamo accomodati molto bene». Alcune situazioni sono paradossali. Per esempio, racconta Guégan al «Figaro», molti artisti finiscono per preferire la censura tedesca a quella di Vichy. Il regime del maréchial Pétain propone e anzi impone un’ideologia formato Dio Patria e Famiglia che la maggior parte degli intellettuali francesi considera peggio che sbagliata: ridicola. Allora, meglio i tedeschi, ossessionati dal «pensiero ebreo» e dalla Resistenza ma per il resto abbastanza indifferenti a quel che bolle nel pentolone artistico francese. Infatti l’altro gioiello del cinema francese dell’epoca, «Le corbeau», il corvo, di Henri-Georges Clouzot, è prodotto dalla Continental Films, controllata dai tedeschi. Ma ha moltissimi guai con la censura di Vichy (e, dopo la Liberazione, viene massacrato anche dalla stampa libera, specie da quella comunista, tanto che in Francia resta vietato fino al ‘47).  D’altra parte, il brillante scrittore Pierre Drieu la Rochelle, pur capofila dei collaborazionisti (e suicida nel ‘45), si fa beffe dei tedeschi che vogliono esportare a Parigi il noioso accademismo neoclassico dello scultore Arno Breker, il preferito da Hitler. Peraltro le avanguardie non sono affatto vietate, men che meno gli sconcertanti surrealisti. Picasso, in esilio interno nel suo atélier della rue des Grands-Augustins, prosegue indisturbato nella sua frenetica attività. E allora? E allora forse artisti e intellettuali sono come tutti gli altri. Una minoranza di eroi, una minoranza di canaglie. E la maggioranza che tenta, semplicemente, di sopravvivere.  (Alberto Mattioli, La Stampa, 18 dicembre 2012)