La sconfitta che portò al grande riscatto della nazione unita

Non fu la “morte della patria”, come dopo l'8 settembre, bensì l'esito del Risorgimento.

A proposito dell'8 settembre 1943, simbolo dello sfacelo etico-politico del paese, Curzio Malaparte scrisse: “È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla”. Quel giorno, nel quale iniziò la dissoluzione dell'esercito con la corsa del 'tutti a casa', è entrato nell'immaginario comune come la più funesta delle date della storia nazionale, quella, come hanno sostenuto alcuni studiosi, della 'morte della patria' o della 'morte della nazione'. La sconfitta era stata disastrosa e umiliante e lo svuotamento del «senso nazionale» aveva lacerato i tessuti connettivi del Paese. La catastrofe era stata totale.

Poco più di un quarto di secolo prima, in un altro triste autunno, nell'ottobre 1917, l'Italia aveva vissuto le drammatiche giornate di una grave crisi militare: Caporetto. Tuttavia, per terribile che fosse quell'evento, gli avvenimenti successivi andarono in modo diverso rispetto a quel che sarebbe accaduto nel '43. Il Paese tutto, classe politica e borghesia, si raccolse per scongiurare la catastrofe e capovolgere l'esito del conflitto. Fu la dimostrazione che la guerra in corso rappresentava davvero, al di là della retorica, la conclusione del Risorgimento. Eppure, sulla base di una lettura storiografica tutta ideologica e autolesionistica, l'attenzione viene concentrata soprattutto su Caporetto e sulla ricerca di responsabilità, politiche e morali prima che militari, della disfatta, e non già sulla capacità reattiva dei giorni successivi. All'indomani di Caporetto, furono assunti provvedimenti destinati a ribaltare la situazione evitando che la disfatta si risolvesse in tracollo. La sostituzione del generale Luigi Cadorna con Armando Diaz, per esempio, mise fine, dal punto di vista dei rapporti fra potere civile e potere militare, a un periodo di incomprensioni e di scollamento, e si ottenne da parte degli Alleati una apertura di credito.

Momento chiave destinato a incidere sulla condotta della guerra, sulla guerra stessa, sul governo, sul morale della popolazione civile e dei combattenti fu il convegno di Peschiera dell'8 novembre 1917, seguito all'incontro di Rapallo di pochi giorni prima, dove erano convenuti i capi dell'Intesa per discutere della situazione italiana. A Rapallo era prevalso, sulla base di notizie incomplete o non del tutto corrette, il convincimento che l'esercito italiano fosse allo sfacelo, non avesse più la capacità di resistere sul Piave e che fosse, pertanto, opportuno spostare la difesa su una linea più arretrata.

Era contrario a questa ipotesi Vittorio Emanuele III, il quale volle che venisse convocato un nuovo incontro, a Peschiera, cui partecipò di persona. Il sovrano si proponeva due obiettivi: conquistare la fiducia degli alleati fornendo loro una informativa esatta della situazione militare e far loro accettare l'idea di una resistenza sul Piave. Evitò di appellarsi ad argomenti (il «disfattismo clericale» o il sabotaggio dei socialisti) che, pure, avrebbero potuto rivelarsi utili dal punto di vista dialettico, difese i militari italiani dalle accuse di tradimento e ammise, invece, la responsabilità dello Stato Maggiore, giustificata in parte dal logoramento di una guerra di posizione. Gli alleati concordarono con l'analisi, decisero di collaborare mettendo a disposizione le 6 divisioni alleate già presenti in Italia e accettando che fossero poste sotto il comando dello Stato Maggiore italiano. Il convegno di Peschiera, che avrebbe potuto trasformarsi in un processo all'Italia, si rivelò un successo: un successo che avrebbe portato, l'anno successivo, alla battaglia decisiva di Vittorio Veneto e alla conclusione vittoriosa della guerra. Maturò, così, il «riscatto» di Caporetto e non si dissolse, come sarebbe accaduto nel '43, il tessuto morale della nazione.

(Francresco Perfetti, IL GIORNALE, 14 ottobre 2017)