La Resistenza dimenticata

La scomparsa di don Luisito Bianchi, avvenuta un anno fa (il 5 gennaio 2012), sollecita una riflessione su un problema che appassionò la sua generazione di preti – e lo stesso don Primo Mazzolari – quello, cioè, della legittimazione della partecipazione dei cattolici in generale, e dei sacerdoti in particolare, alla resistenza armata al nazifascismo.

Illuminanti, al riguardo – sia pure attraverso un testo narrativo, il bellissimo romanzo sulla Resistenza di Luisito Bianchi, La messa dell’uomo disarmato – le parole messe in bocca a don Benedetto, uno dei protagonisti del romanzo, il monaco coinvolto, suo malgrado, nel dramma della guerra: «Ho celebrato la messa col dubbio, mai prima sperimentato, se mi fosse lecito, in questo tempo di morte voluto dagli uomini, rinnovare la memoria della morte di Cristo come segno efficace d’amore e di riconciliazione... Può il sangue di riconciliazione sovrapporsi a quello della divisione, quasi a confermare e legittimare quest’ultima? Sarebbe molto più semplice che io dicessi: riprenderò a celebrare a guerra finita; adesso afferro anch’io un’arma perché la pace, conquistata a prezzo non solo di sangue ma anche di rinuncia alla messa, mi consenta di celebrare la riconciliazione». Queste parole descrivono efficacemente il «caso di coscienza» dei cattolici – preti e laici – coinvolti, loro malgrado, nella vicenda della Resistenza; ed essi furono assai numerosi nello specifico contesto emiliano, nell’arco che va da quel Modenese descritto in pagine memorabili da Ermanno Gorrieri ne La Repubblica di Montefiorino; alla Reggio Emilia del «partigiano Dossetti» e di tanti cattolici, oggetto dell’ampia ricerca storiografica di Sandro Spreafico; alla Parma di don Giuseppe Cavalli, salvatosi quasi miracolosamente dalla fucilazione dopo una lunga permanenza in carcere; alla Piacenza di Francesco Daveri, di don Giuseppe Beotti, di Giuseppe Berti. Nelle terre emiliane la Resistenza fu veramente un fenomeno di vaste dimensioni e la presenza dei cattolici importante e in molte aree determinante. Si trattò, tuttavia, di un’adesione difficile e problematica, per ragioni che non è fuori luogo esplorare, al cui fondamento sta l’essenza stessa dell’Evangelo, messaggio di pace e di concordia.


Come conciliare questa altissima Parola con una situazione storica all’interno della quale non vi era più posto per lo spirito di pace ma era inevitabile prendere posizione e resistere al male, non soltanto con la parola e con gli scritti, ma talora anche con le armi? Fu questo lo specifico «caso di coscienza» dei cattolici che non si pose, o si pose in termini diversi, per coloro che non condividevano la loro visione della storia e della vita.
Alla base dell’iniziale riluttanza dei cattolici stava l’istintivo lealismo verso i poteri costituiti, praticato sin dai tempi dell’apostolo Paolo e da lui stesso teorizzato nel noto, anche se discusso, passo, secondo il quale «ogni potere è da Dio» (Rom, 13).

Come conciliare il rispetto dell’ordine costituito con l’opposizione, anzi con la resistenza armata? Non vi era tempo – negli anni del declino del fascismo – per addentrarsi in una difficile lettura ermeneutica di questo e di altri passi; ma la migliore coscienza cattolica – quella stessa che aveva ispirato le scelte dei primi martiri cristiani – avvertiva istintivamente che il rispetto del potere era strettamente connesso con la sua legittimità; obbedienza ai poteri costituiti, dunque, ma soltanto a quelli legittimi.

Era dunque giustificata la Resistenza. Occorre riconoscere che su questo sfondo, la maggior parte dei cattolici prese le distanze dagli occupanti tedeschi e dall’esigua porzione di italiani che li sosteneva, all’ombra della Repubblica di Salò. Ma questa presa di distanza si espresse in forme assai differenziate. Fu l’opposizione silenziosa di vescovi e parroci che rifiutarono ogni compromissione e si chiusero in un eloquente silenzio.


Fu il sostegno dato da monasteri, conventi e parrocchie ai partigiani e l’ospitalità accordata, spesso a rischio della vita, ad ebrei a prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, a persone ricercate dagli occupanti. Fu la resistenza passiva di chi, come Giuseppe Lazzati, rifiutava le lusinghe degli occupanti e preferiva la via dei campi di concentramento, ove gran parte dei militari antifascisti avrebbe concluso la propria breve esistenza.

Fu il sostegno dato da preti come don Mazzolari a quanti avevano compiuto la scelta dell’azione armata. Fu, infine, il passaggio alla resistenza armata sull’Appennino, ora nella forma dell’attiva partecipazione ai combattimenti, ora – come fu per Giuseppe Dossetti, comandante partigiano nel Reggiano – nella funzione di animatore e di ispiratore ideale della Resistenza e di costruttore della democrazia post-bellica attraverso una prolungata e paziente opera di formazione politica.

Quella dei cattolici, dunque, fu una Resistenza articolata e complessa, all’interno della quale il ricorso all’uso delle armi rappresentò soltanto un aspetto, e forse non il più importante. Si trattò forse, per questo, di una sorta di «Resistenza minore», quasi che di essa siano stati veri protagonisti coloro che, in alcune aree più numerosi e certo più visibili, hanno dato luogo ai più importanti e più conosciuti fatti d’arme verificatisi fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945?

Un’ampia serie di ricerche – fra le quali quella vasta e articolata promossa e coordinata dal compianto Gabriele De Rosa (Cattolici, Chiesa, Resistenza, Il Mulino, Bologna 1997) – ha messo in evidenza che l’apporto dei cattolici fu nello stesso tempo ideale e operativo, ma che il loro ruolo fu determinante proprio nel favorire la definitiva presa di distanza dalle ideologie totalitarie, ponendo così le basi di quel silenzioso consenso che consentì alla guerra partigiana di usufruire di una serie di appoggi e di sostegni senza i quali essa sarebbe stata impossibile.

Non mancò la partecipazione attiva dei cattolici, anche se essa – come è stato ormai dimostrato da una serie di puntuali ricerche – si distinse da quella di altri gruppi per il suo carattere prevalentemente difensivo, per la sua moderazione, per il suo rifiuto del ricorso a gesti terroristici – come quello di via Rasella che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine – destinati a imbarbarire la lotta. Il mite Benigno Zaccagnini, in terra emiliana (ma «Benigno», per uno strano gioco della sorte, fu anche il nome di battaglia di Giuseppe Dossetti) è stato forse il simbolo più alto di questa capacità di conciliare resistenza armata e spirito di mitezza. Tracciare un bilancio complessivo della presenza dei cattolici nella Resistenza implica dunque il superamento dell’identificazione, talora superficialmente avvalorata, fra Resistenza e lotta armata.

 

Importante fu la guerra partigiana – e importante, al suo interno, la presenza dei cattolici – ma ancor più decisiva fu l’«altra Resistenza», quella che si espresse in negativo con l’isolamento in cui quasi ovunque furono lasciati tanto gli occupanti tedeschi quanto i loro alleati fascisti; in positivo con l’impegno profuso per salvare vite umane a rischio e per sostenere la resistenza armata: emblematico il caso della partecipazione femminile, attraverso il rischioso lavoro delle «staffette partigiane», sulla cui importanza solo di recente è stato sollevato il velo di silenzio che aveva sin qui impedito un’adeguata valutazione dell’apporto delle donne alla lotta partigiana (solo in rarissimi casi in veste di combattenti armate).

Ma come dimenticare – per rimanere nel contesto emiliano – la figura del carpigiano Odoardo Focherini, spentosi nel 1944 in un campo di concentramento tedesco, che sacrificò la vita per salvare molti ebrei dallo sterminio?

Vario, complesso, articolato è dunque il volto della Resistenza, come viene ormai riconosciuto dalla più aggiornata storiografia su questo decisivo momento della storia d’Italia. Per i cattolici la Resistenza fu una grande occasione di forte impegno civile, che riscattò molti di essi, e una parte delle stesse gerarchie ecclesiastiche, dalle compromissioni che dopo il 1929 vi furono con il regime fascista, nell’illusione – rivelatasi, alla lunga, priva di fondamento – che il regime potesse essere trasformato dall’interno e che la presenza in esso dei cattolici, con la guida spirituale della Chiesa, potesse esorcizzare la tentazione totalitaria del fascismo, per altro bene avvertibile, dagli osservatori più acuti primo fra tutti Luigi Sturzo, tenace e indefesso critico del regime e per questo condannato a un più che ventennale esilio – già negli atti e nei comportamenti successivi al delitto Matteotti. (Giorgio Campanini, Avvenire, 4 gennaio 2013)