La Guerra di Crimea. Una crociata russa che può ricominciare

Fu lo scontro più violento dell’800, ma trascurato dalla storiografia. Un saggio racconta i legami con la religione e la geopolitica.

 

Inglesi, francesi, italiani, russi, turchi, polacchi (i cosiddetti “cosacchi del Sultano”). I loro corpi riposano ancora là, in Crimea. Nella sola Sebastopoli gli ossari contengono alla rinfusa i resti di 127.583 uomini che caddero per difendere la città. Certo, il XX° secolo ci ha regalato massacri di ben altra entità. Ma nessuna guerra del XIX° fu così spietata e pervasiva quanto quella di Crimea (1853-56). Nemmeno la guerra di Secessione americana. Ci furono 750mila morti uccisi in battaglia. Attorno alla città di Sebastopoli vennero scavati, in uno spazio ridottissimo, 120 chilometri di trincee e furono sparati 150 milioni di pallottole e 5 di proiettili e ordigni d'artiglieria di vario calibro. Fu in quelle trincee che la guerra da galantuomini, se mai è esistita, andò definitivamente in soffitta. Senza contare le conseguenze politiche durature. Il conflitto spezzò la Santa Alleanza nata dal congresso di Vienna consentendo la nascita di stati nazionali come Italia, Germania e Romania. Più importante ancora, la guerra lasciò nei russi la sensazione del tradimento nei loro confronti da parte delle potenze europee. Un tradimento religioso per giunta: cristiani che proditoriamente si schierano con i musulmani turchi senza capire la «santità» della guerra contro una potenza islamica.

E se, alla fine, dalla storiografia la guerra di Crimea è stata un po' dimenticata, la geopolitica quella zona non l'ha dimenticata affatto, visto che ancora oggi è al centro del conflitto ucraino-russo. Dove di nuovo i russi sentono gli europei come traditori e gli europei vedono i russi come pericolosi aggressori. E di nuovo come allora la guerra rischia di estendersi anche ad altri fronti, come il mar Baltico. Ecco perché risulta utile la lettura del nuovo saggio Crimea. L'ultima crociata di Orlando Figes appena uscito da Einaudi (pagg. 532, euro 35).

Figes, che insegna Storia al Birbeck College di Londra, non ricostruisce solo i fatti del conflitto (anche se il libro ha un apparato fotografico e di cartine invidiabile) ma dedica ampio spazio al «prima», alle cause. Sottolineando anche tutti quei dettagli legati alla religione che gli storici, pervasi di razionalismo, hanno spesso messo in ombra o valutato come secondari, ma che persino nel presente tornano - con forza sempre crescente - a dimostrarsi motore della Storia.

La penisola di Crimea e il Mar Nero erano (e sono) la porta russa verso il Mediterraneo ma i russi, e in particolar modo lo Zar Nicola I, sentivano anche una «vocazione» a proteggere i cristiani ortodossi di Grecia e in generale dell'Impero Ottomano. E questa vocazione si traduceva anche in un preciso desiderio di controllo sui Luoghi Santi e Gerusalemme (meta di migliaia di pellegrini già allora). Controllo a cui i russi si sentivano autorizzati dall'ultimo accordo di pace stabilito coi turchi nel trattato di Küçük Kaynarca del 1774 (per altro scritto in russo, turco e italiano, in versioni divergenti tra di loro e molto interpretabili). Insomma non discutevano solo di porti ma di ecumene cristiana. Fatto inaccettabile per Francia e Inghilterra. E alla lunga anche per l'Austria Ungheria.

Era un interesse strumentale? Come quello dei francesi a proteggere invece i cattolici?

Forse. Ma fu uno dei detonatori della guerra. E non era un pericoloso detonatore percepito solo dai governi. Un esempio? Nel 1846, sfortunatamente, la Pasqua cadeva lo stesso giorno sia per i cristiani sia per gli ortodossi. Si creò un problema di precedenze per la celebrazione della liturgia del Venerdì Santo. Iniziarono a picchiarsi i sacerdoti. Seguirono i monaci e poi i fedeli. Crocifissi, incensieri e pezzi d'altare si trasformarono in armi. Poi spuntarono anche delle pistole e dei coltelli (erano epoche in cui si viaggiava armati). Quando le guardie di Mehemet Pascià intervennero c'erano già stati quaranta morti e la sovranità su Gerusalemme, la protezione dei vari cristiani, era già diventata un problema internazionale. Che portò dritta al conflitto, garantendo ai turchi l'appoggio dei francesi.

È solo uno dei tasselli della questione sviscerati da Figes, ma dà l'idea del complesso intrecci di fili che si annodano in Crimea, terra di confine, terra di più popoli, terra di più religioni. Terra senza la quale non avremmo forse un'Italia unita. E Figes, che dedica largo spazio agli italiani, nota che «in Italia esistono pochissimi riferimenti che ricordino agli italiani la parte da essi avuti nella guerra di Crimea». Non così in Russia. Sebastopoli cadde, la guerra fu una sconfitta. Ma la resistenza della città divenne un mito. Ed è anche per questo mito (e non solo per l'importanza geopolitica) che la città per i russi è irrinunciabile. Come recita una ballata, Sebastopoli è ancora: «La miracolosa fortezza, schermo della Russia e scudo». Una linea di culto patriottico a cui non rinunciarono nemmeno gli stalinisti e che è arrivata intatta ai nostri giorni, come spiega Figes nel suo ultimo capitolo. E questo non andrebbe dimenticato. Perché il Mar Nero è stato la polveriera dell'Ottocento e sarebbe meglio non trasformarlo nella polveriera anche del XXI° secolo. Perché ogni tanto i corsi e ricorsi della Storia esistono davvero. Figes spiega come i Russi si sentissero vicini agli ortodossi greci nei primi decenni dell'Ottocento. E a chi si è rivolta oggi la Grecia nei guai con l’Europa? (Matteo Sacchi, IL GIORNALE, 1 agosto 2015)