“Italiani brava gente”. Un mito da sfatare al pari della Wehrmacht

In 172 pagine di un rapporto su italiani e tedeschi nella Seconda guerra mondiale tanti punti possono colpire l'attenzione.

Ma uno assume particolare importanza se si considera che il testo è stato scritto da una commissione di dieci storici provenienti da entrambi i Paesi su incarico dei rispettivi governi, benché gli autori sostengano di aver esercitato il mandato «in modo completamente indipendente». Il punto è questo: “Così come oggi non può sopravvivere in Germania il mito del corretto comportamento della Wehrmacht sul suolo italiano, altrettanto inaccettabile è la sopravvivenza del mito degli "italiani brava gente" in riferimento alla Seconda guerra mondiale”.

È un invito a “entrambe le parti” ad “assumersi le proprie responsabilità storiche” il corollario di quell'affermazione. Wehrmacht era il nome delle vecchie forze armate tedesche. Nel rammentare “la stretta collaborazione tra i regimi dittatoriali di Mussolini e di Hitler» e le comuni guerre in Francia, Grecia, Jugoslavia, Africa, Unione sovietica, il rapporto aggiunge: «I tedeschi devono riconoscere che gli italiani non sono stati soltanto collaboratori, ma anche vittime; e gli italiani, da parte loro, devono accettare di non essere stati soltanto vittime, bensì, anche, in certa misura complici e collaboratori”.

Sia chiaro, non ci sono indennizzi in vista e fu proprio l'esigenza di attenuare le diffidenze di alcuni nostri connazionali che volevano risarcimenti rifiutati dalla nuova Germania a spingere il governo tedesco, nel 2008, a concordare con quello italiano di formare la commissione. A presiederla poi furono chiamati i professori Mariano Gabriele e Wolfgang Schieder. Alla base dello studio, presentato ieri a Roma dai ministeri degli Esteri Giulio Terzi e Guido Westerwelle, c'è il proposito di favorire “gli ideali di riconciliazione” che sono le fondamenta della costruzione europea dalle sue origini nel dopoguerra. Le principali proposte operative del rapporto consistono soltanto in tre inviti. La prima: per tener vivo il ricordo degli italiani costretti a lavorare per la Germania, ampliare il memoriale nell'ex campo di Berlino-Niederschöneweide. Lì furono detenuti alcuni dei circa 600 mila militari del nostro Paese deportati dopo l'armistizio del 1943 con gli Alleati. La seconda proposta: riservare a quegli internati un “luogo della memoria” a Roma. La terza: una fondazione italo-tedesca di studi storici.

È nelle pieghe del rapporto che ci sono materia per far discutere e spunti per integrare le conoscenze di una storia non certo destinata a scoperte tali da farla ribaltare rispetto a come la conosciamo. Sul “collaborazionismo degli italiani” con gli occupanti tedeschi nella Repubblica sociale, secondo la commissione, esiste “una grande lacuna” nella ricerca storica. Italiani collaborarono a tante deportazioni di ebrei in Germania.

A giudizio della commissione tra '43 e '45 ci fu la “sovrapposizione di tre conflitti”: la guerra dei tedeschi contro gli Alleati salvo “casi eccezionali” condotta “in conformità al diritto internazionale”, quella “contro i partigiani condotta da unità della Wehrmacht, delle Waffen-Ss e della polizia d'ordinanza - non di rado affiancate dalle milizie fasciste - con particolare durezza e scarso rispetto del diritto internazionale”, poi “il conflitto tra truppe tedesche d'occupazione e la popolazione civile, che in momenti e regioni determinate degenerò in una vera e propria guerra contro la popolazione civile, condotta con mezzi criminali”. Nel 20% dei casi i crimini di militari tedeschi furono reazioni o rappresaglie, ha fatto notare agli autori il presidente dell'Associazione nazionale partigiani Carlo Smuraglia, e nell'80% “barbarie gratuite”. (Maurizio Caprara, Corriere della sera 20 dicembre 2012)