INTERVISTA/«Nubi fascistoidi sull'Europa»

Claus Offe: la cura necessaria contro la crisi rafforza la destra populista.

Considerato tra i massimi studiosi di opinione pubblica, il sociologo politico tedesco Claus Offe è stato collaboratore di Jürgen Habermas e fa parte della seconda generazione della Scuola di Francoforte. Autore di diversi saggi tradotti anche in italiano, attualmente insegna Sociologia politica alla Hertie School of Government di Berlino.

Nei giorni scorsi sono stato colpito da un titolo della «Süddeutsche Zeitung», che recitava «Il lento tramonto dell'Europa: la sovranità degli Stati e la moneta unica non vanno d'accordo».
«Sì, è così, non vanno d'accordo. Ma avremmo dovuto saperlo prima. Infatti sono stati commessi diversi errori. Il primo è la dimensione sbagliata dell'area euro. Paesi con produttività differente e differente costo unitario del lavoro, che è una variabile decisiva, non possono avere la stessa moneta. Perché i perdenti perderanno ancora di più e i vincenti vinceranno ancora di più. La Germania, l'Olanda, la Finlandia, il Lussemburgo e altri Paesi sono per loro natura dei "surplus nati", mentre i Paesi meridionali sono perdenti, inevitabilmente. Questo è il primo errore. Il secondo è che in quest'area monetaria, già di per sé mal disegnata, non c'è una politica fiscale e sociale unitaria. Questo è un aspetto che si sarebbe dovuto regolare fin dall'inizio. Ci sono alcuni sostituti molto deboli: i criteri di Maastricht, che in realtà non regolano nulla, non sono un valido sostituto a un regime fiscale e sociale uguale per tutti gli Stati membri».

È un punto cruciale e non mi sembra facilissimo trovare una risposta chiara.
«Sì, ma c'è un modo normativo di rispondere, ed è quello di chiedersi chi ha beneficiato di più o sofferto di meno per gli errori commessi. Questi, secondo un'idea condivisa, sono quelli che dovrebbero pagare di più il costo degli errori. E se ci si chiede chi è il beneficiario relativo degli errori commessi in passato, la risposta è: la Germania. Perché gli squilibri del commercio hanno favorito la Germania attraverso i surplus di export, che in assenza della moneta unica non sarebbero stati possibili. L'euro è un meccanismo che favorisce le esportazioni tedesche perché gli Stati membri sono indifesi di fronte alla moneta unica, non possono più fare quello che hanno fatto negli anni Ottanta e Novanta e «aggiustare» la propria moneta ricorrendo alla svalutazione. Non ho mai capito perché Spagna e Italia fossero così entusiaste dell'introduzione dell'euro, nonostante questo significasse de facto un'autolimitazione della loro autonomia».

Però l'euro ha funzionato almeno per i primi dieci anni, fino alla grande crisi del 2008.
«Esatto, fino alla grande crisi. Ma quello che ho detto finora resterebbe valido anche se la crisi non ci fosse stata. Tuttavia la crisi ha posto gli errori in tutta la loro drastica evidenza. La risposta di tipo morale che ho appena cercato di dare è: quelli che hanno tratto maggiori vantaggi devono oggi compensare gli altri Paesi o condividere la maggior parte degli oneri di compensazione. Ancora una volta, però, da un punto di vista politico questo non è fattibile, perché qualsiasi governo che proponga una divisione sproporzionata degli oneri o la mutualizzazione dei debiti o gli Eurobond o cose del genere rischia di perdere le prossime elezioni. Ad esempio, troverei rischioso, addirittura suicida, che in Germania la Spd proponesse una strategia di mutualizzazione del debito su base volontaria. Siamo di fronte a una contraddizione classica: quello che è ormai assolutamente necessario, anzi obbligatorio, in termini sia economici sia morali, per poter stabilizzare l'euro, è impossibile in termini di politica interna. «Ma vorrei aggiungere gli ultimi due degli errori commessi. I partiti politici, tutti senza esclusione in Germania, ma anche negli altri Paesi (Francia e Italia non fanno eccezione), hanno fallito nello spiegare al loro elettorato ciò che ho appena tentato di riassumere: abbiamo fatto degli sbagli, cerchiamo di trovare un modo corretto di pagare per questi sbagli. Spiegare all'elettorato questo concetto dovrebbe essere una responsabilità dei partiti, ed essi hanno fallito miseramente nel far fronte alle loro responsabilità. I partiti si stanno deteriorando, si limitano ad agire opportunisticamente per mantenere il potere. L'assenza di una chiara linea politica e di un programma, di un'ideologia, la mancanza di standard che definiscano che cosa è giusto e corretto li induce a trascurare il loro compito principale, cioè educare il proprio elettorato, esercitando su di esso una forma di egemonia (ricordiamoci Gramsci), ed essere leader di una visione strategica per una società bene ordinata. «Vengo ora all'ultimo punto. Credo che Mario Monti abbia ragione nel diagnosticare il problema, mentre ha delle difficoltà a dare una prognosi: la democrazia e il regime parlamentare sono incompatibili con ciò che si deve fare adesso per affrontare questa situazione. In un certo senso la crisi distrugge gli elementi chiave della democrazia, perché rende necessarie azioni che non hanno il sostegno dell'opinione pubblica. I partiti hanno fallito nell'educare l'opinione pubblica su questo punto, e ora sono di fronte a un bivio: o fare la cosa giusta o fare la cosa che ha il sostegno popolare. Ma così, da un punto di vista politico, si arriva a un punto morto».

Ma tutto ciò mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della moneta unica?
«No, non credo. Sono abbastanza fiducioso e penso che alla fine l'euro sopravviverà, e probabilmente anche la Grecia resterà all'interno dell'Eurozona. Ma sopravviverà in modo tecnocratico, cosicché le forze di estrema destra e i sentimenti antieuropei si rafforzeranno ovunque. Dieci anni fa ho scritto che l'Europa erode più sostegno di quanto non riesca a generarne, lo usura lentamente senza fornire nuova linfa alle motivazioni profonde che dovrebbero sostenere l'idea stessa di Unione. Questo circolo vizioso è sempre più rapido e nessuno sa come fermarlo.
«Lo scenario da incubo che mi prefiguro è che vedremo risorgere una forma di autoritarismo simile a quella degli anni Trenta, che io chiamo fascismo austroclericale, in un gruppo di Paesi europei, cinque almeno: Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia. C'è una tradizione di autoritarismo specifica dell'Europa sud-orientale e abbiamo bisogno dell'Unione Europea per controllarlo e resistervi: lo vediamo all'opera adesso in Romania e in Ungheria, ha rischiato di prevalere in Austria ai tempi di Haider. «Mi lasci dire un'altra cosa. Per i democratici europei, l'Europa è sempre stata una forza civilizzatrice che prende, mantiene ed esercita il controllo sulle tendenze patologiche che la storia ci ha fatto conoscere. È vero: abbiamo bisogno dell'Europa per controllare le passioni e le patologie dei diversi Stati membri, in particolare la Germania. Quindi abbiamo bisogno di un'autorità europea, un governo europeo, una quasi-federazione europea che sia in grado di esercitare questa funzione di controllo. Per queste ragioni politiche, in Europa c'è una forte discussione storica in favore di questa "autorità super partes". Ora l'abbiamo ottenuta, ma come operazione di emergenza: si tratta della Bce, l'istituzione meno democratica di tutte le istituzioni depoliticizzate o politicamente inaccessibili dell'intero assetto istituzionale dell'Unione Europea. La Bce, con il suo consiglio direttivo formato da 23 membri, tra cui i governatori di 17 banche centrali dell'area euro, avrà la maggiore autorità per fare e realizzare l'Europa; mentre l'immagine che si forma agli occhi dell'Europa sinceramente democratica è invece quella di un'Unione profondamente antidemocratica e tecnocratica».(Alessandro Cavalli, Corriere Della Sera, 22 ottobre 2012)