INEDITI/ La Pira e Allende, lettere contro l'odio

Non era più sindaco di Firenze, ma nelle cancellerie lo conoscevano bene. Formalmente era presidente della Federazione mondiale delle città unite. Gli bastava firmarsi "La Pira" o "LaPira" nei telegrammi, come quelli che scrive al generale Pinochet all’indomani del golpe in Cile avvenuto l’11 settembre 1973.

Ecco il testo del 14: «Ricordi divina ammonitrice Parola. Qui Gladio ferit gladio perit. LaPira». 12 giorni dopo, un altro telegramma. È il 26 settembre: «Mediti giudizio di Dio leggendo SanMatteo Venticinque. La Pira». Nell’archivio custodito e classificato dalla Fondazione a lui dedicata, a questo telegramma è allegata una minuta del 20 settembre, con un testo cancellato ma che rivela cosa pensasse La Pira di Pinochet: «Cessi terribili operazioni. Ricordi la fine di Hitler».

Dopo la pubblicazione, nel 2009, del volume con la classificazione della corrispondenza (45 mila documenti), Polistampa ha licenziato da poco un ulteriore libro che consente di gettare un puntuale sguardo su Lettere, appunti, discorsi dell’Archivio lapiriano, a cura di Samuela Cupello e Beatrice Armandi. Dopo la pubblicazione dell’inventario della corrispondenza inviata e ricevuta dal "sindaco santo" tra il 1951 e il 1977, il volume sull’Archivio consegna di fatto agli studiosi un giacimento ordinato e descritto nei particolari che riassume l’opera svolta da Giorgio La Pira (1904-1977) sia in campo nazionale, a partire dal 1938, che internazionale (dal 1951). Non si esagera nel dire che ogni faldone consentirebbe la pubblicazione di un libro specifico.

Lo sguardo geopolitico ed evangelico di La Pira è orientato da una grande curiosità per la salvaguardia dell’umano e del cristiano. In questa direzione propone letture sorprendenti di correnti storiche e di pensiero con l’attitudine di chi non lascia nulla di intentato per tenere aperti canali, salvaguardare la libertà di culto e con essa il connubio con la democrazia. Lo spessore di questo uomo relazionale e appassionato è avvertito come decisivo da tanti, a diverse latitudini. Lo scacchiere latinoamericano, ad esempio, è importante per La Pira e le carte classificate nel nuovo volume e gentilmente messe a disposizione dalla Fondazione Giorgio La Pira, guidata da Mario Primicerio, consentono di gettare luce a riguardo.

La vicenda cilena, ad esempio, appassiona La Pira fin dagli inizi degli anni ’50. Nei ’60 l’arrivo alla presidenza del democristiano Eduardo Frei lo entusiasma e gli fa scrivere a Bob Kennedy che «Frei è la speranza storica dell’America Latina» (6 luglio 1965).

Nel seguire i movimenti che animano il continente americano, con una convergenza sul campo e particolarmente in Cile di marxisti e formazioni cristiane, il 18 novembre del ’69 esplicita la sua opera per un «tessuto di rapporti» che avrebbe profonda e vasta influenza non solo nell’America Latina. Con quella capacità, rara, di creare ponti con gli interlocutori che magari gli sono distanti ma che coinvolge nella sua simpatia (da interpretare anche come categoria di alta politica), l’8 settembre del 1970 scrive a Fidel Castro, il cui ruolo vede decisivo anche per il Cile, invitandolo a interpretare Marx alla luce dell’Esodo in modo da costruire con i cristiani, e non senza, «un’età di giustizia e di promozione». La convergenza fra le forze laiche e le forze cattoliche sarà l’attitudine politica che La Pira cercherà di sollecitare di fronte all’evidenza dei movimenti storici e al tentativo di emarginare, anche violentemente, i cristiani e la Chiesa, ma anche davanti alle pulsioni autoritarie di opposto segno. Inviterà alla convergenza Salvador Allende (1908-1973) che diviene presidente del Cile nel 1970. Tuttavia, interlocutore privilegiato di La Pira diventa sempre di più Radomiro Tomic (1914-1992), terzo candidato alle presidenziali del ’70 per la Democrazia cristiana, con il quale condivide la preoccupazione per gli interessi del popolo e non per «minorias» che «attualmente controllano i centri decisivi del potere» (Tomic a La Pira). 

Nell’aprile del ’71 si fanno sentire turbolenze crescenti in Cile e si manifesta l’interesse statunitense a boicottare il tentativo di Allende, peraltro stretto dagli estremismi di Unidad Popular che impongono una politica in parte massimalista con un consenso nel Paese che supera di poco il 50 per cento. La Pira viene invitato in Cile per l’Operazione verità, messa in campo dal governo di Santiago, per mostrare ad autorevoli personalità occidentali il percorso democratico delle riforme. In quest’occasione suggerisce ad Allende di trovare un’intesa con la Dc per arginare le spinte estremiste. Tornerà a farlo in più occasioni. Ma ad agosto, viene avvertito da Tomic delle grandi difficoltà a cui Allende e il Cile stanno andando incontro.

Dopo il golpe condotto da Pinochet, La Pira, oltre ai telegrammi al generale, commemorò Allende il 9 ottobre del ’73. Nell’archivio rimangono appunti di difficile decifrazione e intitolati Telescopio della storia: perché (cercano tutti una mediazione). Si riesce a leggere: «Kissinger Breznev et ove il corpo: ivi le aquile!»; «La preghiera per lui ed i valori cristiani; è spuntata stilla di speranza…». In alcune righe si fa riferimento al Medio Oriente e al Concilio. La Pira, cioè, decifra il golpe e la morte di Allende nel quadro geopolitico della Guerra fredda. Continuerà a seguire la vicenda cilena, attraverso Corrado Corghi che lo aveva accompagnato durante l’Operazione verità.La Pira cerca anche di intervenire a difesa dei detenuti politici. Nel maggio del ’74 scrive al Colonnello José Castro: «Giudicate come dice Evangelo Conceda grazia». Ma il telegramma gli viene rispedito indietro. Il 5 ottobre del ’75 l’esponente democristiano in esilio Bernardo Leighton (1909-1995) viene ferito in un attentato a Roma, condotto dai servizi segreti cileni e dagli estremisti neofascisti italiani. La Pira quattro giorni dopo gli scrive auspicando la prossima, vicina, «giornata di libertà» che sarebbe stata lontana da raggiungere, ma che è finalmente arrivata.(Michele Brancale, Avvenire, 3 gennaio 2013)