Il commissario ebreo arruolato dalle SS

In “I figli di Odino” tornano le indagini di Richard Oppenheimer.

Il suo creatore, Harald Gilbers, dice che quel cognome, Oppenheimer, non l'ha dato al suo personaggio pensando al fisico statunitense del progetto Manhattan e dunque della bomba atomica, bensì al protagonista del film di Veit Harlan datato 1940 Süss l'ebreo, tra i preferiti da un «critico» molto esigente: Heinrich Himmler.Ciò non toglie che Richard Oppenheimer, già commissario di polizia nella Berlino degli anni Trenta, sia «figlio» di due guerre mondiali. Nella prima ha combattuto al fronte, ottenendo poi la Croce di Ferro, anche se di seconda classe. Nella seconda combatte sul fronte interno, essendo, appunto, ebreo, pur se sposato con un'ariana purissima, la dolce Lisa, sua assicurazione sulla vita. Un'assicurazione, tuttavia, ben poco sicura per due motivi. Il primo sono le bombe che piovono sulla capitale del Terzo Reich fra il '44 e il '45. Il secondo sono i suoi nuovi... colleghi: nientemeno che le SS. È infatti il capitano Vogler delle «Squadre di protezione» ad averlo richiamato in servizio, all'inizio di maggio del '44, per indagare sull'omicidio di una donna (cui ne seguiranno altri, efferati ed enigmatici anelli di una catena che pare condurre a un serial killer). Prelevato dal suo misero appartamento di una Judenhaus, Richard viene proiettato suo malgrado nel vortice di un «caso» al quale sono tutt'altro che estranee le alte sfere del Partito e il corollario dei centri di potere che gli ruota intorno.

Ciò accadeva in Berlino 1944, uscito l'anno scorso da Emons, la casa editrice specializzata nel krimi, il giallo tedesco declinato in tutti i colori. Era la prima apparizione dell'ex commissario, e nel contempo una sorta di visita guidata nell'universo nazista, durante la quale siamo entrati nella casa di... intolleranza verso i «traditori del regime» (spiati - prima, durante e dopo gli amplessi - dalle prostitute d'alto bordo) più chic della città, il Salon Kitty, sì, proprio quella dell'omonimo dramma erotico firmato Tinto Brass nel '75; abbiamo udito l'eco dello sbarco in Normandia; fatto una capatina all'Hotel Adlon, dove le camere sono sempre disponibili per chi sia dedito al lusso sfrenato e alle ambigue trame; addirittura incontrato il ministro della Propaganda Goebbels...

E ora, sette mesi dopo la conclusione di quella storia, ci trasferiamo nel gelido gennaio del '45 con I figli di Odino (sempre per Emons, pagg. 410, euro 16, traduzione di Giovanni Giri). Fin dal titolo capiamo che questa volta a giocare un ruolo decisivo nella trama messa a punto da Gilbers sarà il ciarpame misteriosofico tanto caro all'autoproclamatasi élite germanica, ubriacata dai deliri di onnipotenza e dalle droghe. Ma se nel primo romanzo a cooperare in incognito con Richard era la sua amica Hilde, di professione medico, tanto aristocratica per censo quanto popolana e democratica nei fatti, qui il suo supporto logistico e intellettuale viene a mancare per cause di forza maggiore. È infatti lei la sospettata numero 1 per la morte del suo ex marito, una SS di calibro medio-alto. Richard dovrà quindi appoggiarsi, oltre che alla sua vecchia conoscenza Ede, un malavitoso di buon cuore, e alla sua banda, anche a due amici di Hilde e al suo avvocato difensore, nonché ex spasimante. Mentre la Storia con la maiuscola procede, chiudendo nella morsa russo-alleata la Germania, la storia di questo thriller in camicia bruna si dipana fra le riunioni segrete dei figli di Odino, le corse verso i rifugi subito dopo gli allarmi, l'arruolamento nella milizia popolare dello stesso Richard, l'entrata in scena di scienziati pazzi (per l'eugenetica) e scemi di guerra, di vedove, sempre di guerra, più o meno allegre e di alcuni personaggi che la Storia presta alla storia, come Roland Freisler, il giudice sanguinario del Tribunale del popolo. Gilbers, avendo studiato a fondo cronache, diari e documenti relativi a quei mesi fatidici, ha ben chiaro il quadro in cui inserire le imprese del suo detective, un segugio che ricorda il Bernie Gunther dello scrittore scozzese Philip Kerr, protagonista di una lunga saga. In più, da bavarese classe 1969 conserva ancora sotto pelle un po' di senso di colpa per i crimini commessi dal suo Paese nel Novecento. E i lettori non tedeschi apprezzano. (Daniele Abbiati/IL GIORNALE, 29 novembre 2017)