Il cattivo bisnonno sotto Pétain è “Un buon padre”

Sono sufficienti quattro coglioni lazialisti (non necessariamente laziali) che vestono Annelies Marie Frank con la maglia “der Pupone” Totti come a dire “odiamo la Roma quanto gli ebrei” a rilanciare la questione ebraica?

In Italia, evidentemente, e purtroppo, sì. Ma per rilanciare la questione «collaborazionismo sì o no» occorre qualche cosa di più corposo, e di più meditato. Per esempio il libro di uno storico, udite udite, israeliano, Avishai Margalit, il quale, in Sul tradimento, di imminente uscita da Einaudi (ne ha scritto diffusamente ieri, sul Corriere della sera, Paolo Mieli), afferma in sintesi quanto segue: dove il nazismo non ha trovato opposizione dura, bensì il cuscinetto della collaborazione più o meno convinta, più o meno strategica, ha fatto molti meno danni che altrove, Polonia e Jugoslavia, a esempio. Ogni tanto, l`acqua dev`essere riscaldata affinché ci si ricordi della scoperta dell`acqua calda che come tutti sanno risale alla notte dei tempi... A proposito di collabò, detto alla francese, ecco il romanzo-saggio, oppure saggio romanzo senza trattino, di un francese che cade a fagiolo. Il tempo di Un buon padre, di Alexandre Seurat (Codice, pagg. 195, euro 14, traduzione di Chiara Perona) è l`oggi, o tutt`al più ieri o l`altro ieri. Ma il tempo vero, il tempo protagonista che domina la scena, è proprio quello della Francia di Vichy scandagliato dal professor Margalit, con la differenza che se là, nel dotto saggio, la prospettiva è quella della contabilità storica, qui in gioco sono gli individui, presi uno per uno. Per farla breve, l`io narrante scopre di straforo, dopo qualche mezza parola di uno zio, che il bisnonno, proprio durante il quadriennio della vergogna non soltanto si adoperò per riportare nel consesso civile, dopo la detenzione in un Oflag, un campo di prigionia tedesco per ufficiali nemici della Prima guerra mondiale, suo figlio, il nonno del narratore. Fece molto di più, e di peggio: divenne «amministratore provvisorio» sotto il generale Pétain. E che cosa faceva l`«amministratore provvisorio»? Andava in giro a rilevare (eufemismo), provvisoriamente, per carità, i beni dei juifs, lasciandogli, quand`era di luna buona, una manciata di franchi per il vitto. Non per l`alloggio, però, essendo a nome loro già prenotata prima una cuccia nel campo di transito di Drancy, a nord-est di Parigi, e poi un posto in prima fila per l`inferno ad Auschwitz o simili. Seurat ricostruisce il «chi li ha visti?» delle vittime, sottoscrivendo minuto per minuto l`inchiesta del suo alter ego e soprattutto la sua vergogna. È tutto vero, storicamente documentato, tranne qualche nome e cognome. Ma, mi raccomando, non ditelo ai lazialisti di cui sopra. Non capirebbero. (Daniele Abbiati/IL GIORNALE, 2 novembre 2017)