Hobsbawm, l’idea forte del secolo breve

Divenne famoso per l’efficacia della formula con cui descrisse il ‘900. Importanti anche le opere sul banditismo.

La sua vita, 95 anni, è stata più lunga di quello che Eric Hobsbawm ha definito «il secolo breve»: il Novecento, secondo lui, sarebbe in realtà durato soltanto 77 anni, dall'inizio della Prima guerra mondiale al crollo dell'Unione Sovietica, nel 1991.È paradossale, e anche un po' deprimente, che un grande storico venga ricordato soprattutto per un'affermazione così banale, addirittura ovvia. Palesemente i secoli, cento anni netti, sono unità temporali di comodo, e che le epoche - di cui è composta la Storia - hanno altre datazioni. Le epoche non nascono, né muoiono, negli anni con due zeri, ma con eventi che cambiano il corso dell'umanità, per esempio la Rivoluzione francese. E non molti sanno che Hobsbawm ha studiato a fondo anche il «secolo lungo», ovvero l'Ottocento, che a suo dire è durato 125 anni, appunto dalla Rivoluzione alla Prima guerra mondiale.Nato in una famiglia ebraica di origini austriache, il suo vero nome sarebbe stato Obstbaum, ma l'impiegato dell'anagrafe di Alessandria d'Egitto lo anglicizzò. E fu l'inglese la lingua che lo storico parlò per tutta la vita, anche nella giovinezza in Germania, dove poté assistere alla conquista del potere da parte di Hitler. Orfano di padre a 14 anni, e di madre a 16, gli zii lo portarono a Londra proprio nel 1933, e lì il ragazzo diventò comunista. Bellissima è questa sua frase di molti anni dopo: «Il paradosso del comunismo al potere consisteva nel suo essere conservatore». Rimase comunista fino al 1956, ovvero fino alla rivelazione dei crimini di Stalin e all'invasione sovietica dell'Ungheria: proprio come un altro grande storico, italiano, morto pochi giorni fa e che voglio ricordare qui con affetto e ammirazione, Piero Melograni. L'influenza comunista è palese nei primi studi di Hobsbawm sulla classe operaia inglese, meno nelle opere che a mio parere sono il suo contributo più originale agli studi storici, ovvero i tre saggi sul «bandito sociale»: I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna e I rivoluzionari, in Italia pubblicati tutti da Einaudi. Affascinante anche il volume, curato con Terence Ranger, su L'invenzione della tradizione (sempre Einaudi), nel quale si dimostra che molte tradizioni «che ci appaiano, o si pretendono, antiche hanno spesso un'origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta», generalmente in tempi di crisi per fronteggiare nuove situazioni e cambiamenti sociali a cui si deve dare una giustificazione antica. Strumento molto usato dalle dittature, l'invenzione - o l'enfatizzazione - delle tradizioni appartiene a tutte le epoche, e può riguardare i boy scout come il sionismo, le arti marziali giapponesi come il mito degli Highlands.

Hobsbawm osserva che la tradizione inventata si appella alla storia per legittimarsi, dunque gli stessi storici, con il loro «creare, demolire e ristrutturare immagini del passato», contribuiscono involontariamente all'invenzione della tradizione, che verrà usata a fini politici e sociali.Ce n'è abbastanza, direi, per fare grande la vita di un uomo. Ma vi si aggiungano anche gli studi sull'Ottocento e sul Novecento, di cui bastano poche righe per spiegare la lucidità e la forza sintetica delle sue interpretazioni: «La cultura giovanile americana si diffuse attraverso i dischi e le cassette, il cui più importante strumento promozionale, allora come prima e dopo, fu la vecchia radio. Si diffuse attraverso la distribuzione mondiale delle immagini; attraverso i contatti personali del turismo giovanile internazionale che portava in giro per il mondo gruppi ancora piccoli, ma sempre più folti e influenti, di ragazzi e ragazze in blue jeans; si diffuse attraverso la rete mondiale delle università, la cui capacità di rapida comunicazione internazionale divenne evidente negli anni Sessanta. Infine si diffuse attraverso il potere condizionante della moda nella società dei consumi, una moda che raggiungeva le masse e che veniva amplificata dalla spinta a uniformarsi propria dei gruppi giovanili. Era sorta una cultura giovanile mondiale» (Il secolo breve, Rizzoli, 1995). Scrisse anche un'autobiografia intitolata, con delizioso sottotono, Anni interessanti (Rizzoli, 2002). Ve la consiglio. (Giordano Bruno Guerri, Il Giornale 2 ottobre 2012)