Herling, il coraggio intollerabile di svelare l'universo dei gulag

Lo scrittore polacco dimostrò che i campi di lavoro nell'Urss erano l'equivalente delle camere a gas naziste.

Fedor Dostoevskij così scrive nelle Memorie da una casa di morti: “Questo è un mondo a parte, che non somiglia a nessun altro, con le sue leggi speciali, i suoi usi, i suoi costumi, le sue abitudini: una casa di morte vivente, una vita come non esiste in nessun altro luogo, e gente che non ha pari.È questo mondo a parte che io mi accingo a descrivere”. La frase è posta in esergo a Un mondo a parte di Gustaw Herling (Kielce, 1919 Napoli, 2000) e il «pellegrino della libertà» prese inequivocabilmente il titolo del suo libro necessario dall'opera di Dostoevskij il quale, non a caso, nell'Ottocento riuscì a vedere l'annientamento dell'umanità che ci sarebbe stato nel Novecento.Il polacco Herling, che in Italia poi collaborerà con il Corriere della Sera di Giovanni Spadolini e il Giornale di Indro Montanelli, fu rinchiuso per due anni - dal marzo del 1940 al gennaio del 1942 - nel campo di lavoro Ercevo, che faceva parte dell'universo concentrazionario di Kargopol', vicino ad Arcangelo, sul Mar Bianco e dalla sua esperienza disumana descrisse l'agghiacciante macchina di annientamento e sterminio dei gulag comunisti, fratelli gemelli dei lager nazisti. In Italia Un mondo a parte uscì per la prima volta nel 1958 con la Laterza ma, a parte Paolo Milano e Leo Valiani - come disse lo stesso Herling - “fu ignorato da tutti”. Ignazio Silone, amico dello scrittore polacco, ne scrisse per il Bollettino del Circolo Italiano del Libro dicendo: “Non è soltanto una testimonianza, ma anche un'opera letteraria». Era un libro scomodo perché vero, troppo scomodo perché troppo vero e la coscienza ideologica degli intellettuali comunisti del tempo non poteva reggere tanta scomoda verità. Herling, che aveva sposato Lidia Croce, la terza figlia del filosofo della «religione della libertà”, veniva a dire troppo presto che il comunismo non liberava l'uomo dal lavoro ma lo schiavizzava e, per una sorta di contrappasso, nei campi di concentramento sovietici proprio il lavoro era tortura, oppressione, distruzione: gli uomini morivano per la fatica, il freddo, la fame, per la prigionia del loro stato febbrile e la cecità per avitaminosi. L'unico modo per tentare di sopravvivere era farsi ricoverare in ospedale. Così i prigionieri si automutilavano.

Questo libro «scandaloso» - testimonianza della vita dei prigionieri che lavorano come schiavi alle temperature polari della siberia, con nello stomaco brodo di cavoli e pochi grammi di pane - è ora di nuovo in libreria con una bella introduzione di Francesco M. Cataluccio: è uscito negli Oscar Mondadori (pagg. 384, euro 15) in un'edizione speciale che pubblica documenti e testi di Bertrand Russel, Jorge Semprún, Paolo Milano, Mario Pomilio, Goffredo Fofi, Enzo Bettiza, Alberto Cavaglion, Manès Sperber, Arthur Koestler, Albert Camus, Ignazio Silone e la lettera del 1952 dello stesso Herling a Benedetto Croce. In questa lettera l'ex soldato polacco, ormai rassegnato alla vita da esule per i destini sinistri della Polonia finita sotto il tallone sovietico, così scrive al filosofo italiano, che già conosceva quando era in Patria grazie al critico neotomista Ludwik Fryde: “Forse Lei ricorda ancora un soldato polacco che un bel giorno di 1944 visitava la villa Tritone di Sorrento, e di cui Lei fu così gentile di fare una piccola menzione nel suo diario Quando l'Italia era tagliata in due. Mi permetto adesso di mandare a Lei una copia dell mio libro tradotto in inglese, come omaggio, e come una prova della mia profondissima gratitudine a Lei e alla Sua famiglia per la cordiale ospitalità offertami nella Sua casa durante il mio soggiorno di guerra in Italia”.

L'edizione londinese del 1951 di A World Apart. A Memoir of the Gulag - recava un'introduzione di Bertrand Russel che così si esprimeva: «Dei molti libri che ho letto sulle esperienze delle vittime delle prigioni e dei campi di lavoro sovietici, Un mondo a parte di Gustaw Herling è il più impressionante e quello scritto meglio. Egli possiede una rara forza descrittiva, semplice e vivida, ed è assolutamente impossibile dubitare della sua sincerità in qualsiasi punto». Aggiungeva: “I compagni di strada che rifiutano di credere all'evidenza di libri come quelli di Herling sono evidentemente esseri senza umanità, perché, se così non fosse, essi non negherebbero l'evidenza, ma al contrario ne sarebbero turbati”. Eppure, proprio questa evidenza - e la negazione dell'evidenza è una manifestazione dell'ideologia comunista - fu negata in Italia. All'edizione del 1958 fece seguito con eguale esito quella del 1965 per Rizzoli. Anzi, Paese Sera suggerì di espellere Herling dall'Italia. «Io in Italia - disse una volta lo scrittore polacco-napoletano - tra gli intellettuali, mi sono sentito un lebbroso. Silone mi diceva: Di che ti lamenti? Anche io, qui, sono un esule». I problemi erano due: Herling diceva l'indicibile ossia che il trasferimento «nei campi di lavoro sovietici era l'equivalente della scelta delle camere a gas dei tedeschi». Inoltre, lo diceva in anticipo: Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn, Racconti di Kolyma di Varlam Salamov, Le mie memorie di Nadezda Mandel'stam erano ancora lontani. I comunisti scoprirono Herling solo dopo la fine del comunismo. Troppo tardi. Per loro. (Giancristiano Desiderio/IL GIORNALE, 27 dicembre 2018)