Gli Usa reclutarono tutti (ma non i neofascisti) nel fronte anticomunista

Nel 1949, col blocco sovietico di Berlino, il mondo è col fiato sospeso per la paura che la crisi tra Usa e Urss precipiti in scontro armato. Non passa un anno e la guerra si scatena davvero, in Corea. Intanto, le due superpotenze arricchiscono l'arsenale nucleare con la bomba all'idrogeno. È allarme terza guerra mondiale.

Gli Usa diventano preda dell'ossessione della congiura comunista. Ma è tutto l'Occidente a temere che il fronte interno non regga. Anello debole è l'Italia. È davvero implausibile che in un contesto del genere l'America corra a reclutare nel nostro Paese ogni possibile forza per consolidare la trincea antisovietica?L'ipotesi parve talmente credibile che presto si trasformò in ferma convinzione. La massima potenza mondiale avrebbe fatto del suo meglio per spingere De Gasperi e la Dc a far comunella con l'intero polo della destra italiana - neofascisti del Msi inclusi - per armare un compatto fronte anticomunista capace di sbarrare la strada alle sinistre italiane, le più filocomuniste d'Europa. L'idea della grande macchinazione Usa risultò allora tanto credibile da non indurre mai a cercarne le prove. Dagli archivi ora vengono fuori i documenti. Peccato che dimostrino, se non il contrario, almeno che le cose andarono diversamente. È quanto ben documenta Federico Robbe, giovane studioso cui si deve un attento lavoro di scavo negli archivi di Washington: L'impossibile incontro. Gli Stati Uniti e la destra italiana negli anni Cinquanta (FrancoAngeli).Nessun dubbio che ambasciata americana a Roma e vari potentati statunitensi (dalla Cia al sindacato alla grande stampa) si siano prodigati per assicurarsi che il Paese più fragile dell'Occidente non franasse tra le braccia del più influente partito comunista al di qua della cortina di ferro. Ciò non toglie che la strategia Usa avesse ben fermi due capisaldi: da un lato una politica di riforme economiche e sociali capaci di sbloccare la crescita e di far assaporare anche alla prostrata Italia i benefici del consumo di massa, dall'altro un sostegno alle forze anticomuniste purché non in aperta contraddizione con i presupposti politici ed economici della strategia complessiva adottata. Un'apertura di credito condizionata venne rilasciata infatti, almeno per la prima metà degli anni '50, nei confronti dei monarchici sia di Covelli che di Lauro. Una stabile contrarietà, invece, a secondare le pur ricorrenti avance del partito di Michelini contrassegnò il comportamento degli Usa. Del partito neofascista erano molti gli aspetti che non infondevano fiducia, dal fatto che si trattava comunque degli eredi di quel regime che agli americani erano costati migliaia di morti fino all'imprinting statalista del partito che non faceva sperare in un'apertura al mercato statunitense della nostra economia. Bisogna dire che gli interlocutori italiani dell'ambasciata americana, Montanelli in primis, non confortarono l'alleato con ipotesi ottimistiche sulla capacità della classe dirigente nostrana, non escluso il mondo imprenditoriale dipinto come cinico e ingeneroso col suo paese, di reggere l'urto della falange comunista. Insomma, il bilancio dell'assiduo lavoro svolto per mettere al sicuro la democrazia italiana dalla pressante avanzata comunista e rendere più salde le sue istituzioni si chiude con uno sconfortante abbandono della trincea. Agli inizi degli anni Sessanta, quando si registrano gli scontri di piazza contro il governo Tambroni responsabile di aver autorizzato il congresso missino a Genova, gli americani paventano addirittura la guerra civile. Sempre restando fermi nel loro convincimento: ossia che il destino della democrazia italiana fosse da affidare alle forze centriste, al riparo sia dei comunisti che dei neofascisti. (di Roberto Chiarini, Il Giornale, 3 agosto 2012)