Gestapo, la banalità del male

La Gestapo, la temibile polizia segreta nazista, non fu sempre e soltanto il braccio violento del regime hitleriano, che s’avventava sulle minoranze e sui raggruppamenti sociali percepiti come un pericolo per la sicurezza dello Stato.

Nei confronti del cittadino comune, in genere irreprensibile e ossequiente di fronte alla legge e all’autorità, ma che si era abbandonato a uno sfogo isolato contro il governo del Führer, complice un boccale di birra consumato in un pub, la Gestapo chiudeva un occhio.

La politica dei due pesi e delle due misure, in voga in questa forza speciale di polizia creata nel 1933 e saldamente controllata da Heinrich Himmler, è il lato d’ombra della vicenda nazionalsocialista scoperto, grazie a uno scavo archivistico senza precedenti, dallo storico inglese Frank McDonough, in un’opera tradotta ora in italiano (Gestapo. La storia segreta, Newton & Compton, pagine 282 pagine, euro 12,00). L’autore non nega che la Gestapo fosse costituita da aguzzini che ricorrevano alla tortura e spedivano dritto nei lager zingari, ebrei, comunisti, cattolici ed evangelici, testimoni di Geova, omosessuali, emarginati e tante altre espressioni della società del Reich. Solo ci mostra l’altra faccia della «banalità del male» per dirla come Hannah Arendt: la faccia ordinaria di un corpo di polizia afflitto da una cronica insufficienza di organico (solo 15 mila funzionari, per controllare 66 milioni di tedeschi) che operava anche in obbedienza alle leggi e alle procedure, istruendo indagini molto accurate che spesso si concludevano senza provvedimenti sanzionatori.

In sostanza, dunque, pur essendo una forza repressiva era strutturalmente debole, tanto che per il 26% dei casi poteva attivarsi solo in base a denunce e delazioni del cittadino comune. Scrive infatti Mc Donough: «Se l’incisività di una forza di polizia si giudica dal numero di casi che finiscono in una condanna comminata da un tribunale, allora la Gestapo può essere classificata tra i corpi più inefficienti della storia. Uno studio su un campione di denunce della zona di Würzburg ha rivelato che solo il 20% dei casi finiva in tribunale e il 75% non sfociava in una condanna.

Quando i denunciati erano 'normali' cittadini tedeschi le brutalità della Gestapo erano quasi inesistenti, il che confermerebbe l’idea per cui il sistema di terrore nazista, «se mostrava il suo volto feroce nei confronti di uno specifico gruppo di oppositori, esibiva un volto umano e più professionale nei confronti dei comuni connazionali». A questo proposito l’autore ricorda la circostanza, quasi incredibile, che il direttore della Gestapo, Heinrich Müller, si iscrisse al partito unico solo nel 1939 e che tutta la catena operativa di funzionari e burocrati di questa polizia segreta non era formata solo da fanatici nazisti, ma da servitori dello Stato in buona parte formatisi professionalmente nella repubblica di Weimar. Lo studio dello storico britannico si inserisce dunque nel solco di un parziale revisionismo attento a ricostruire, nelle pieghe delle più approfondite ricognizioni documentarie, le ragioni del consenso sul quale il regime di Hitler poté contare, dentro la società germanica del tempo, per effetto della forza ipnotica e di fascinazione esercitata dalla narrazione nazista. Resta da evidenziare che McDonough, nel suo volume, dedica spazio considerevole al tipo di resistenza che le confessioni cristiane di Germania, tanto quella riformata, a cui aderiva il 66% della popolazione, quanto quella cattolica romana, opposero al regime di Hitler. In campo protestante fu soprattutto la cosiddetta “Chiesa confessante” (la quale rivendicava uno spazio di libertà dai condizionamenti del sistema totalitario, rompendo la continuità rispetto alla lunga tradizione di “Chiesa di Stato”, o meglio dei principi, che il luteranesimo incarnò) ad animare un braccio di ferro con il potere nazista. Questa dissidenza scatenò la Gestapo che tuttavia fu misurata nel procedere agli arresti e alle deportazioni dei pastori. La reazione fu invece più agguerrita nei confronti dei cattolici. I religiosi vennero costantemente calunniati, molestati, privati della libertà, i monasteri chiusi, i beni e i conti bancari ecclesiastici confiscati, i gruppi giovanili messi al bando, le scuole confessionali chiuse. Fu soprattutto la diabolica e martellante propaganda del ministro Joseph Goebbels a rappresentare la punta di lancia di un’azione mirante a circoscrivere l’influenza della fede cattolica nella società nazionale. E questo specialmente dopo che il vescovo di Mün-ster, Clemens von Galen, ebbe il grande coraggio di guidare una crociata contro la politica nazionalsocialista nel campo dell’eutanasia, ergendosi a difensore della sacralità della vita umana. Hitler pensò addirittura di far impiccare il presule, dopo che i testi stampati dei suoi interventi cominciarono a circolare per tutto il Paese. Un ultimo aspetto riguarda il duro controllo che la Gestapo esercitò sui gruppi di controcultura giovanile che, specie nell’avanzato periodo bellico, costituivano un motivo di preoccupazione per la saldezza del regime. Così come accadrà poi, nella Germania comunista del dopoguerra, con le avanguardie contestatrici dei punk, ai piani alti del Reich si temeva per la tenuta del sistema, a causa della presenza infiltrante di bande giovanili ribelli e di altri gruppi di protesta, come quelli che si fondavano sull’ascolto e diffusione dell’odiata musica afroamericana (considerata corruttrice dello spirito tedesco), con i suoi ritmi swing e jazz. (Roberto Festorazzi, AVVENIRE, 30 aprile 2016)