E’ morto Eric Hobsbawm

Addio allo storico che raccontò il «secolo breve» Gli operai e i fuorilegge al centro delle sue ricerche.

È stata lunga e intensa l'attività storiografica di Eric John Ernest Hobsbawm, scomparso all'età di 95 anni. Aveva cominciato a farsi notare negli anni Sessanta. I suoi studi vertevano inizialmente soprattutto sulla storia sociale dell'Inghilterra nella piena maturità della Rivoluzione industriale, di cui era stata l'iniziatrice. Il suo lavoro maggiore di quegli anni furono gli studi sul movimento operaio inglese, apparsi nel 1964. Qui la particolare e originale cifra della sua ricerca era di rivolgersi a studiare la classe operaia non nelle consuete forme istituzionalizzate, sindacali e politiche, bensì in quanto realtà sociale in varii e importanti aspetti del suo modo di essere e di vivere. Si andava, perciò, nelle sue pagine, dalle condizioni igieniche e sanitarie dei luoghi di lavoro alle difficoltà di sostentamento per la magrezza dei salari; dalla ostile diffidenza verso una diffusione indiscriminata delle macchine, viste come distruttrici delle possibilità di lavoro e come terribili meccanismi di alienazione e compressione umana, agli sforzi organizzativi e politici delle avanguardie operaie. Si trattava, però, anche dei movimenti che, dai radicali, ai laburisti, ai fabiani, si erano fatti interpreti di questa realtà sociale e delle sue esigenze di promozione umana e civile.

Se si pensa che nel 1963 era stato pubblicato il lavoro fondamentale di quel grande storico di questi problemi che fu Edward P. Thompson sulla Rivoluzione industriale e la classe operaia inglese, si può quindi capire come Hobsbawm si fosse subito inserito in uno dei filoni più innovativi e importanti della storiografia britannica di allora. Vi si distinse, però, coltivando, insieme a questo, il filone della marginalità sociale, specie nelle forme che egli definiva primitive di rivolta sociale. Di qui gli studi su ribelli e banditi, sempre degli anni Sessanta. Quel che più lo interessava era il ruolo per nulla trascurabile di questi movimenti, di cui l'Italia gli sembrava fornire un'importante esemplificazione, nella storia contemporanea dalla Rivoluzione Francese in poi, a malgrado della loro elementarità. In quei movimenti di contadini, di gruppi millenaristici, di briganti e mafiosi, di primi e informi movimenti operai, Hobsbawm leggeva il lungo e penoso adattamento alle nuove e tanto aspre condizioni della società capitalistico-industriale, e quindi anche le maldestre anticipazioni dei successivi e robusti e colti movimenti e partiti operai e popolari. Suscita qualche perplessità, qui, il fatto che quell'adattamento fosse ricercato dallo storico in ambienti fra i più lontani dal proscenio della trasformazione socio-economica dell'industrialismo, ma la sua penetrazione dello spirito e della casistica di quelle «forme elementari» di protesta sociale ha segnato non piccole acquisizioni della storiografia al riguardo.

Lo storico inglese Eric Hobsbawm scomparso a Londra a 95 anni (foto marxists.org) era nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto in una famiglia di ebrei austriaci. Cresciuto a Vienna e poi a Berlino, era emigrato in Gran Bretagna dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Studente a Cambridge, militante comunista, aveva intrapreso la carriera accademica nel 1947

Era chiaro in questi suoi interessi storiografici l'orientamento marxistico che restò sempre il suo, tanto da fargli teorizzare ancora nel 2011 «la necessità di riscoprire il marxismo». A Marx come pensatore e rivoluzionario aveva dedicato nel 2004 anche una monografia, che non è, forse, tra le sue cose migliori, così come non lo è la sua riflessione metodologica in De historia. Non si può, tuttavia, in nessun modo dire (e lo dice pure la sua autobiografia, dal titolo, di tipico understatement inglese, Anni interessanti) che il suo marxismo fosse di quelli dogmatici e non inclini a considerare e riconsiderare le cose, sensibile com'era, fra l'altro, all'influenza della Fabian Society, delle cui tesi trattò nella sua tesi di dottorato. Molto gli giovò poi il contatto con varii ambienti del marxismo europeo, delle cui vicende egli era curioso e appassionato, come attesta l'importante intervista-colloquio sul Partito comunista italiano con Giorgio Napolitano, apparsa da Laterza nel 1976, e i non meno assidui rapporti con ambienti cultural-editoriali tanto rilevanti come quelli della Einaudi in Italia.

Quando il raggio dei suoi interessi storiografici si allargò poi alle «rivoluzioni borghesi», ai movimenti nazionali, all'imperialismo e ad altri aspetti della storia europea dell'Ottocento, Hobsbawm vi giunse, quindi, con una notevole ricchezza di prospettive e di temi di studio, che resero i suo libri sempre interessanti e attraenti. E, ciò, anche quando egli si muoveva sulla falsariga di idee da tempo convenute, come quelle sul carattere epocale della trasformazione che l'Europa ha prodotto nel mondo con la Rivoluzione industriale; o quando indulgeva a una nota ideologica insolita in lui nel contrapporsi a un altro grande storico dell'Ottocento, quale fu Lewis B. Namier, l'indimenticato autore della Rivoluzione degli intellettuali, ossia del 1848 in Europa.

In ultimo toccò il culmine delle sue fortune storiografiche ed ebbe una vera popolarità col suo Secolo breve, del 1995. L'idea che il Novecento si stringesse tra la Prima guerra mondiale e la fine della «Guerra Fredda» col crollo dell'Unione Sovietica, e quindi tra il 1914 e il 1991, colpì molto l'immaginario non solo del «pubblico colto», ma anche degli studiosi. Egli contrapponeva a questo secolo breve un lungo Ottocento. In realtà sono entrambi lunghi, sia l'Otto che il Novecento, e per la semplice ragione che per larga parte si sovrappongono fra loro, e l'uno continua quando l'altro è già cominciato e il secondo comincia già quando ancora dura il primo. Ma la fortunata immagine della brevità di un secolo da lui deprecato, a ragione, come uno fra i più sanguinosi e tragici della memoria umana, dà da sola l'idea di un modo di fare storia, che al rigore metodologico e critico accoppiava una dimensione umana di curiosità e di partecipe passione, di cui invano si cercherebbero le tracce in storici anche autorevoli e importanti, laddove egli è sempre dentro l'immediatezza e vivacità umana della Storia. (Giuseppe Galasso, Corriere della Sera, 3 ottobre 2012)