Dreyfus, processo alla propaganda

Di per sé il capitano Alfred Dreyfus sarebbe un perfetto ufficiale. Peccato che sia anche il colpevole perfetto. Siamo nel 1894, sulla Francia pesa l’onta della sconfitta inflitta dalla Prussia e le inquietudini di un nazionalismo sempre più aggressivo vanno di pari passo con un antisemitismo virato in chiave patriottica, se non addirittura “rivoluzionaria”.

Il capitano Dreyfus è ebreo, per sua sfortuna, e tanto basta per incriminarlo in quanto autore del famigerato bordereau, l’appunto che rivela i traffici segreti tra una spia francese e la Germania. È una vicenda che crediamo di conoscere bene: Dreyfus è innocente, in suo soccorso si leva la voce del romanziere Émile Zola, l’opinione pubblica si mobilita, l’ufficiale viene riabilitato... Peccato che, a riassumerla così, la storia non renda conto delle contraddizioni che ancora oggi fanno dell’affaire uno dei momenti cruciali nel rapporto tra cultura, politica e mezzi di comunicazione. A suggerire una prospettiva più articolata, oltre che ricca di spunti utili per la nostra attualità, provvede ora il bel saggio della francesista Agnese Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno (FrancoAngeli, pagine 416, euro 37). Si tratta di un’antologia molto ragionata e benissimo documentata, in cui scorre una varietà di posizioni rispetto alle quali il ruolo svolto dal celebre J’Accuse di Zola risulta non sminuito, ma inserito in un contesto più ampio e, di conseguenza, ancora più significativo. Il 13 gennaio 1898, quando «L’Aurore» pubblica l’intervento dello scrittore, la linea che contrappone dreyfusardi e antidreyfusardi è tracciata da tempo. I primi sono i sostenitori dell’innocenza dell’ufficiale, riuniti in una compagine tutt’altro che omogenea dal punto di vista ideologico, resa però compatta dalla preoccupazione per le gravi irregolarità del procedimento. Durante il processo, infatti, l’accusa si è fatta forte di un dossier di cui lo stesso imputato ignorava fino ad allora l’esistenza. Una scorrettezza che, da sola, basterebbe a invalidare la sentenza, ma che assume caratteristiche ancora più inquietanti quando si esamina la documentazione nel dettaglio: falsificazioni grossolane, testi fabbricati per l’occasione, pareri sbrigativi spacciati per sentenze inoppugnabili. Sono gli elementi su cui fanno leva i dreyfusardi della prima ora, come il fratello dell’imputato, Mathieu, e il colonnello Georges Picquart, un militare di convinzioni antisemite che tuttavia decide di attenersi ai dati di fatto, finendo così per essere accusato a sua volta di intelligenza con il nemico. A loro, e a figure prestigiose come il senatore Sheurer-Kestner, si aggiungeranno presto intellectuels  di differente caratura (oltre a Zola, il nome più rilevante è quello di Anatole France), sul cui conto i colpevolisti non lesineranno ironie e illazioni. Prende forma in questo modo il paradosso di cui l’affaire resta portatore. Gli innocentisti invocano le ragioni del metodo e si appellano all’evidenza delle prove, mentre gli antidreyfusardi sfoggiano un repertorio in cui il pregiudizio si intreccia al dileggio e alla diffamazione. Per loro quello che si è costituito in difesa del capitano è, spregiativamente, «il Sindacato», la buona fede di Dreyfus non può neppure essere presa in considerazione perché il capitano, in quanto ebreo, non è veramente francese e le origini italiane di Zola gettano un’ombra di sospetto sulle vere motivazioni dei suoi interventi. Prima ancora che in tribunale, la battaglia si combatte a mezzo stampa. L’editore Stock sforna opuscoli a ripetizione nell’intento di smascherare la macchinazione di cui Dreyfus è vittima e intanto sul fronte opposto l’atteggiamento bellicoso di testate come «L’Intransigeant» e «La Libre Parole» è rinfocolato dalla prosa sopraffina di Maurice Barrès. Il risultato, nell’immediato, è sconfortante: Zola viene portato in giudizio e condannato, il suicidio del colonnello Henry, colpevole di aver allestito il falso dossier, scatena un’ulteriore campagna mistificatoria e perfino l’invocata revisione del processo a Dreyfus si conclude con la conferma della sentenza precedente. A chiudere i giochi provvede, finalmente, la grazia concessa dal presidente Loubet. È il 1899, per la riabilitazione formale dell’ufficiale occorre attendere il 1906. Ma il cambio di secolo non ha placato il pregiudizio antisemita, né ha messo l’opinione pubblica al riparo dalle lusinghe della propaganda. Rispetto alle quali, anche ai giorni nostri, la realtà dei fatti fatica sempre ad affermarsi.(Alessandro Zaccuri, Avvenire, 11 gennaio 2013)