De Felice lascia una preziosa eredità morale e civile

Il suo lavoro indirettamente porta argomenti decisivi a favore della società aperta e liberale.

L’eredità lasciata da Renzo De Felice non è solo storiografica, ma anche, e forse soprattutto, morale e civile. Con i suoi lavori sul fascismo, a cominciare dalla monumentale biografia di Mussolini, egli ha ricostruito un periodo importante della storia più recente d'Italia spazzando via le scorie ideologiche che per tanto tempo ne avevano condizionato e strumentalizzato la narrazione. Al tempo stesso, però, egli ha portato, sia pure implicitamente, solide e inattaccabili argomentazioni a favore di quelle che Karl Popper chiama le «società aperte», la democrazia liberale cioè, fondata sulla libera concorrenza per un voto libero.

Da giovane, sia pure per un breve arco di tempo, come tanti ragazzi dell’epoca, era stato affascinato dal marxismo e aveva aderito al Partito comunista italiano. Ne era uscito, al pari di moltissimi intellettuali, dopo la sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese del 1956. In verità il marxismo di De Felice non ebbe profonde motivazioni ideali anche perché, in lui, dal punto di vista culturale e degli interessi storiografici, operavano da contravveleno sia la tradizione dello storicismo italiano sia le lezioni metodologiche degli storici che in qualche modo e in qualche misura aveva conosciuto e frequentato. In seguito, ripensando a quella esperienza, egli dichiarò: “l’essere stato marxista e comunista mi ha immunizzato dal fare del moralismo sugli avvenimenti storici”. E aggiunse: “i discorsi in chiave morale applicati alla storia, da qualunque parte vengano e comunque siano motivati, provocano in me un senso di noia, suscitano il mio sospetto nei confronti di chi li pronuncia e mi inducono a pensare a mancanza di idee chiare, se non addirittura ad un'ennesima forma di ricatto intellettuale o a un espediente per contrabbandare idee e interessi che si vuol evitare di esporre in forma diretta”. Troppo assorbito dall’impegno di ricerca, non gli interessava la politica attiva.

Quando gli venne offerta nel 1976 una candidatura nelle liste del Partito liberale ricordo assai bene l’episodio perché feci da tramite accompagnando da lui il compianto amico Paolo Battistuzzi latore della proposta De Felice rifiutò ma volle scrivere una lettera, destinata ad essere diffusa alla vigilia delle votazioni con la quale, ringraziando e spiegando i motivi del suo rifiuto, dichiarava di condividere appieno la politica liberale. E, qualche anno più tardi, nel maggio 1979, in occasione delle nuove elezioni rilasciò un’intervista spiegando i motivi della sua attenzione e della sua simpatia nei confronti del Partito liberale cui, sosteneva, sarebbe dovuto andare «un premio alla coerenza». Se rifiutò di scendere in prima persona nell’arengo della politica nel 1992 spiegò in una intervista a il Giornale i motivi per i quali non aveva mai accettato candidature in liste elettorali e formulò anche un severo giudizio sulla classe politica in generale colpevole di non volersi cimentare con la necessità di riforme strutturali De Felice fu, però, sempre interessato alla politica nell'accezione più alta e nobile del termine.

Basterà ricordare, per esempio, le sue dichiarazioni nel 1991 a sostegno della missione italiana nel Golfo Persico o il suo richiamo, più volte ribadito, alle forze laiche perché si facessero portatrici delle esigenze di modernità e moralità nella vita politica. E che dire, poi, della celebre intervista rilasciata a Giuliano Ferrara il 27 dicembre 1987 alla vigilia delle celebrazioni per il quarantennale della Costituzione e piombata come un sasso scagliato nelle acque stagnanti della politica italiana? In quella intervista egli sosteneva la necessità di abolire le norme contro il fascismo divenute ormai, a suo parere, «grottesche». Non si trattava affatto come gli rimproverarono i suoi avversari, a cominciare da coloro che lo avevano accusato di avere eretto “un monumento al Duce»”di una surrettizia legittimazione del fascismo ma del riconoscimento che il trascorrere del tempo aveva legittimato e consolidato la democrazia e della necessità di superare il blocco del sistema politico italiano rappresentato dalla fittizia e ormai antistorica contrapposizione fascismo-antifascismo. Solo apparentemente chiuso nella torre d'avorio della ricerca pura, Renzo De Felice fu in realtà partecipe, e partecipe appassionato, delle sorti della società civile e della società politica. Negli ultimi anni della sua esistenza laboriosa di storico, De Felice concentrò la sua attenzione sui temi della crisi della nazione e della disgregazione della coscienza nazionale nell'Italia del secondo dopoguerra mettendo in relazione questa crisi con una più generale crisi europea e mondiale dello Stato nazionale e della stessa democrazia, almeno sotto il profilo della sua funzionalità e capacità di rispondere alle sfide della società postbellica caratterizzata da una accentuata modernizzazione, da una profonda secolarizzazione, dalla diffusione di processi comunicativi a livello mondiale e da una grande concentrazione di potere al vertice accompagnata da un'altrettanto forte frammentazione del potere a tutti i livelli. La sua riflessione su questi temi, affidata a pochi interventi giornalistici e congressuali, portava in sé una carica etica e rifletteva un impegno civile che hanno, giustamente, alimentato un dibattito storiografico e politico condotto però, troppo spesso, da qualche interlocutore, con toni che nulla avevano a che vedere con la necessaria serenità dello storico. Analizzando il fenomeno dell'indebolimento etico-politico dell’Italia e indagando sul nesso tra l'odierno malessere morale, culturale, politico e i nodi della storia di ieri, De Felice richiamò l'attenzione su quei tentativi di immobilismo politico e culturale che si concretizzavano nel sostituire una agonizzante vulgata storiografica, la cosiddetta vulgata resistenziale basata sull’idea della “unità della Resistenza a guida comunista”, con un'altra vulgata storiografica, altrettanto perniciosa, fondata sul cosiddetto «patriottismo della Costituzione”.

Questa nuova vulgata gli appariva un elemento di ulteriore lacerazione del tessuto nazionale perché “senza la Nazione non ci può essere Costituzione” dal momento che i “valori che danno corpo e sostanza al cosiddetto Patriottismo della Costituzione” non sono il risultato di “una qualche astrazione giuridica” ma della storia e della cultura di un paese. De Felice rifiutava la “possibilità illuministica di un esperanto costituzionale», giacché «ogni patriottismo deve avere la sua patria di riferimento”. Per lui il sentimento nazionale era dunque da considerarsi premessa ineludibile per la compiuta realizzazione di uno Stato democratico. Da tali premesse derivavano le affermazioni dello storico sulla natura e sul significato della Resistenza, sul rapporto tra antifascismo e Resistenza, sulle origini del sistema partitocratico italiano, sulla prima repubblica. Affermazioni non dettate da retropensieri politici, ma conclusive di un lungo e coerente itinerario di ricerca storiografica, che ha sempre avuto presenti i temi della nazione e della democrazia. C’è una unitarietà di fondo negli studi di De Felice, da quelli relativi al periodo giacobino a quelli sulla prima guerra mondiale, da quelli sul fascismo fino agli ultimi, che, nel trauma del 1943, individuano il dissolvimento drammatico di un popolo che ha perso il senso del proprio essere nazione. Questo itinerario storiografico De Felice lo ha percorso con l'obiettivo di “emancipare la storia dall'ideologia, di scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica”. (Francesco Perfetti, IL GIORNALE, 7 novembre 2015)