Da Panizzi a Forte, la città parla italiano

Mazzini fondò una scuola a Camden, Pietri fu l'eroe dei Giochi del 1908, Marconi si guadagnò il Nobel: un elenco infinito

 

LONDRA - Chi era quell'Antonio Panizzi che abitò al 31 di Bloomsbury Square, due passi dal British Museum? Per strana che possa apparire, nel giorno in cui s'inaugura la terza Olimpiade londinese dopo le edizione del 1908 e del 1948, la domanda ha un senso. E vediamo perché. Quell'Antonio Panizzi, sul quale la storia d'Italia scorre via veloce, era un carbonaro. Uomo di intelletto e d'azione risorgimentale fu condannato a morte nel Ducato di Modena e scappò per evitare l'impiccagione. Dopo i moti del 1820 riparò a Liverpool e a Londra, barcamenandosi all'inizio ma ricevendo poi, grazie a Ugo Foscolo pure lui esiliato in Inghilterra, la cattedra alla University College.

Patriota di sofisticate doti letterarie, Antonio Panizzi incantò una Londra che si apprestava a vivere la lunga età vittoriana. Vinse il concorso per entrare al British Museum, diventò il capo della biblioteca dello stesso British Museum che in seguito si sarebbe staccata per formare la British Library, ideò le 91 regole della catalogazione che sono ancora universalmente valide, fu testardo promotore della sala di lettura circolare luogo di riflessione per Carlo Marx e Gandhi, fu infine insignito del cavalierato dalla regina Vittoria. Oggi, del quasi sconosciuto signore di Brescello che abitava in Bloomsbury Square e che s'inventò la più famosa fra le biblioteche mondiali diremmo: un cervello italiano in libera uscita. Fu un antesignano delle nostre generazioni in fuga.

Londra e il Regno Unito (e lo ricorda Alessandro Forti, un altro «cervello in fuga», il giovane banchiere della City che ha scritto per Aliberti Editore il libro «La Londra degli italiani») sono da almeno due secoli la terra che accoglie gli italiani respinti dallo Stivale: i poveri e poverissimi che si concentrarono nell'Ottocento a Soho e a Clerkenwell per inventarsi la sopravvivenza, i ricchi che si insediarono a Kensington, i sognatori e i reazionari (a Charing Cross nacque la prima sezione estera del partito fascista), i rivoluzionari e i democratici, Giuseppe Mazzini che riparò a Londra inseguito dalla pena di morte e fondò una scuola in Greville Street a Camden, don Sturzo, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli che, braccati da Mussolini, transitarono sulle sponde del Tamigi.

Londra e il Regno Unito (e lo ricorda Alessandro Forti, un altro «cervello in fuga», il giovane banchiere della City che ha scritto per Aliberti Editore il libro «La Londra degli italiani») sono da almeno due secoli la terra che accoglie gli italiani respinti dallo Stivale: i poveri e poverissimi che si concentrarono nell'Ottocento a Soho e a Clerkenwell per inventarsi la sopravvivenza, i ricchi che si insediarono a Kensington, i sognatori e i reazionari (a Charing Cross nacque la prima sezione estera del partito fascista), i rivoluzionari e i democratici, Giuseppe Mazzini che riparò a Londra inseguito dalla pena di morte e fondò una scuola in Greville Street a Camden, don Sturzo, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli che, braccati da Mussolini, transitarono sulle sponde del Tamigi

Operai, gelatai, sarti, artisti, imprenditori, intellettuali: quante storie nostre, storie di italiani emigrati, nascono all'ombra del Big Ben? Fiabe e tragedie, successi e tramonti che si sviluppano dal Risorgimento a questo scorcio di terzo millennio.

Alcune sono storie sconosciute ma importanti. Altre sono storie note ma dimenticate. Gli italiani hanno lasciato la loro firma in ogni angolo di Londra e in ogni epoca. Certi eventi londinesi sono entrati nella leggenda grazie agli italiani: l'eroe della prima olimpiade nella capitale inglese fu il garzone emiliano Dorando Pietri. L'immagine dello smilzo maratoneta che il 24 luglio 1908 partito da Windsor arrivò esausto allo stadio di White City nell'ovest londinese, crollò a pochi metri dal traguardo, venne tirato su e spinto alla meta, infine squalificato, è una delle icone dei Giochi di sempre.

Trionfi e drammi. Il passato e il presente. I racconti della Londra italiana sono infiniti, dolci e amari. Come quello dell'abruzzese Francesco Paolo Tosti che stava in Mortimer Street, alle spalle di Oxford Circus: la regina Vittoria lo assunse per insegnare canto ai figli. O come quello del fisico Guglielmo Marconi che abitò a Notting Hill in Hereford Road, fondò la Wireless Telegraph and Signal Company e che nel 1922 registrò la British Broadcasting Company, nucleo della futura e mitica Bbc: si guadagnò il Nobel a Londra perché i suoi progetti di trasmissione radio furono bocciati dal ministero delle poste del Regno d'Italia che li definì meritevoli di ingiallire «alla Longara», ovvero nel manicomio di Roma.

Londra ci regala il romanzo di Carlo Forte sbarcato da Frosinone senza una lira ma pieno di coraggio: acquistò il Savoy, il Claridge's e il Berkeley Connaught, alberghi sontuosi, e diventò Lord Forte il barone di Ripley. Poi ci riporta, camminando lungo il corso dei decenni, al grande Michelangelo Antonioni che nella «Swinging London» degli anni Sessanta preparò «Blow up», il suo capolavoro cinematografico, girellando (lo ha ben ricostruito la giornalista Valentina Agostinis in «Swinging City») fra l'Economist Plaza e Peckham, «i due volti della metropoli».

L'attualità degli ultimi trent'anni è il romanzo dei banchieri che hanno invaso la City, dei ristoratori che hanno raccolto le confidenze di Lady Diana (il San Lorenzo era il suo locale preferito a Chelsea), dei medici, uomini e donne, che hanno conquistato il primariato per meriti e non per diritti dinastici, soprattutto degli studenti in cerca di prospettive che in patria sono illusioni. I ragazzi italiani amano Londra. Non c'è da stupirsi. È una città giovane. Ci sono 400 mila universitari di ogni continente e gli iscritti italiani aumentano, come quello dei professori e dei ricercatori, i tremila docenti tenuti alla larga dai baroni di casa nostra ma rispettati a Londra. Generazioni di lavoratori e professionisti, di ragazzi e di ragazze che scappano.

E allora con i Giochi tutto ciò che cosa c'entra? Da quell'Antonio Panizzi scampato alla impiccagione fino a sir Antonio Pappano (ancora il presente), beneventano portato a Londra da suo padre Pasquale povero e appassionato di canto lirico, cresciuto senza frequentare il conservatorio ma nominato nel 2002 direttore musicale della Royal Opera House: da ieri a oggi Londra ha premiato e valorizzato i sacrifici degli italiani.

L'Olimpiade è un evento gioioso ma ingombrante, pieno di contraddizioni e di ipocrisie, difficile da organizzare e da gestire. Ne parleremo bene o male, diremo di Londra cose ovvie e cose meno ovvie, giudicheremo con senso della misura o con superficialità. Cercheremo i difetti, sorrideremo e ci arrabbieremo. È un copione già letto. Londra sopporterà. Sappiamo che le città dove s'illuminano i cinque cerchi si autocelebrano e si autopromuovono davanti alla sconfinata platea televisiva mondiale: Pechino, nel 2008, fu l'apoteosi di questa filosofia che affida il futuro al diluvio di immagini e di suggestioni. Londra non ha bisogno della retorica per presentarsi. Piuttosto, sfrutta la scia olimpica per ritrovare la virtù della modernizzazione in un momento di debolezza economica. Bella o brutta Olimpiade, non importa, una verità è già scolpita: se Londra non esistesse gli italiani dovrebbero inventarsela, uguale a quella che già c'è. La storia lo ricorda: dalla British Library alla Bbc e dalla City alle università, Londra è un pezzo d'Italia. E che pezzo: 70.635 residenti, molto più delle nostre piccole province, 200.643 nel Regno Unito. I numeri parlano. Altro che Little Italy. (di Fabio Cavalera, Corriere della Sera, 27-VII-2012)