Cinque secoli di storia dietro le primavere arabe

Esce in Italia il saggio di Eugene Rogan: ripercorre le vocazione all’indipendenza dal 1516 ad oggi.

A causa della forte presenza dell’Islam nell’attuale vita pubblica del mondo arabo è facile dimenticare quanto fosse laico il Medio Oriente nel 1981. Il 1981 è l’anno in cui un militante dei Fratelli Musulmani assassinava il presidente egiziano Anwar el Sadat, il 6 ottobre, durante la parata che celebrava la Guerra del Kippur del 1973. Quell’azione rivelò al mondo quanto fosse radicata e audace l’opposizione islamista al potere militare in Egitto, dove l’impiccagione di Sayyid Qutb (il suo ideologo più radicale) ordinata da Nasser nel 1966 aveva finito col fornire alle sue tesi l’aurea del martirio. Proprio negli anni Sessanta la sfida islamista era passata in Siria, dove per quasi un ventennio tentò di abbattere la repubblica pretoriana, la cui repressione si fece massiccia e spietata a mano a mano che l’insurrezione dilagava, toccando il culmine quando, il 2 febbraio 1982, l’esercito e l’aviazione di Hafez al Assad (padre dell’attuale presidente siriano), attaccarono in forze la città ribelle di Hama, radendo al suolo interi quartieri, e schiacciarono la rivolta guidata dalla Fratellanza siriana, al costo di un numero di morti stimato tra i 25 mila e i 38 mila. Nel giugno del medesimo anno, Israele invadeva un Libano già stremato da 6 anni di guerra civile, dando il via a una campagna che sarebbe costata 17 mila morti e 30 mila feriti, in massima parte civili arabi. Un anno dopo il «terrorismo sucida sciita» avrebbe fatto il suo debutto in Medio Oriente, con gli attacchi del 23 ottobre 1983 alle basi dei Marines e dei Legionari della Forza multinazionale di pace, che causarono più di 300 vittime. Fu il numero di morti più alto registrato in un solo giorno dal Corpo dei Marines degli Stati Uniti dallo sbarco a Iwo Jima, mentre per i francesi rappresentò la perdita di vite più elevata in una sola giornata dai tempi della guerra di Algeria. A distanza di oltre 30 anni la storia sembra ripetersi e lo scontro tra Fratelli Musulmani e autocrazie militari si è riproposto come il braccio di forza decisivo nel mondo arabo. Ancora una volta Egitto e Siria si ritrovano a essere investite in sequenza dall’onda d’urto islamista. Nel frattempo il Libano appare nuovamente sull’orlo del baratro e da anni ormai gli attentati suicidi in Medio Oriente non fanno quasi più notizia. La sensazione, sbagliata, di essere di fronte all’ennesimo tornante di una storia composta essenzialmente di dèjà vu rischia così di alimentare proprio quel pregiudizio «culturalista» che ha portato tanti commentatori e tanti leader occidentali a guardare con sufficienza e sospetto alle primavere arabe, tantopiù in un Paese come il nostro in cui il «dibattito» sugli straordinari eventi del Medio Oriente è offuscato da un’altrettanto straordinaria quantità di pregiudizi.
Mai come ora, quindi, è provvidenziale la pubblicazione in italiano del volume di Eugene Rogan, professore di Storia moderna del Medio Oriente al St. Anthony College di Oxford, direttore del Middle East Centre e una delle massime autorità mondiali in questo campo, Storia degli Arabi, (Bompiani, pp. 768, euro 26 ottimamente tradotto da Lorenzo Matteoli), che offre uno strumento essenziale per comprendere le analogie, le invarianze e gli inediti della storia del mondo arabo, in una cavalcata esaltante lunga quasi 500 anni. È dalla sconfitta patita dall’ultimo imperatore mamelucco ad opera dei Turchi Ottomani, nel 1516, che l’indipendenza del mondo arabo ha cessato di esistere, per risorgere in condizioni assai meno «gloriose» solo dopo la fine della dominazione coloniale (prima turca e poi occidentale), sia pur al costo della dolorosa rinuncia alla propria antica unità. Ancora oggi, gli arabi sono allo stesso tempo un popolo e molti popoli, legati da un’identità comune fondata sulla lingua e sulla storia eppure diversi, distribuiti in uno spazio geografico che dai contrafforti atlantici dell’Atlante arriva fino alle coste del Golfo Persico, nell’Oceano Indiano. E proprio il contagio delle primavere arabe, e insieme gli sviluppi così diversi da Paese a Paese, ci ha ricordato questa unità e molteplicità della Umma al-Arabyya. I tragici avvenimenti di cui siamo testimoni oggi in Siria, con il rischio estremamente concreto che essi saldino le ragioni domestiche delle intifade arabe con l’escalation delle altre tensioni regionali (da quella arabo-israeliana, a quella tra sciiti e sunniti alla sfida atomica iraniana) rendono talvolta quasi difficile ricordare, che la rivoluzione che travolge tutto il mondo arabo fu innescata dal suicidio pubblico di un venditore ambulante di verdura nella moderata Tunisia. Un gesto ben diverso da quello omicida dei kamikaze e di chi, in qualunque altra maniera, per affermare un suo legittimo diritto (che sia alla sicurezza, o alla sovranità poco cambia) è pronto a fare strage di innocenti. (di Vittorio Emanuele Parsi, La Stampa, 31-VII-2012)