1513, quando il Papa inventò la Versilia

Gli studiosi continuano a ripeterlo: Viareggio, Massarosa e Camaiore non c’entrano nulla. La Versilia storica corrisponde all’antico capitanato di Pietrasanta, oggi compreso nei confini amministrativi di 4 comuni.

  Forte dei Marmi, affacciato sul Tirreno; Seravezza, ponte tra quell’esile lembo di pianura incastonata tra il mare e le "alpi" Apuane; Stazzema, patibolo dell’eccidio nazista consumatosi il 12 agosto 1944; Pietrasanta, l’antico capoluogo. La Versilia storica esiste da 500 anni esatti. E cioè da quando i fiorentini, mai rassegnati per aver perso quelle terre nel 1494 in seguito alla discesa di Carlo VIII in Italia e insofferenti per la loro successiva cessione ai lucchesi operata dal governatore Francesco d’Intragnes nominato dal re prima del suo ritorno in Francia, nel 1513 si trovarono nella condizione di poter giocare una potente carta: Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Il figlio di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, da poco salito al soglio di Pietro. Fu allora che gli stessi fiorentini convinsero i lucchesi ad affidare la contesa all’arbitrato papale.
La decisione giunse il 29 settembre di quello stesso anno: il lodo del pontefice sottopose il capitanato di Pietrasanta al dominio della sua famiglia. Nasceva così la "Versilia medicea", successivamente trasferita nel ducato, poi divenuto granducato di Toscana. Un unicum sociale e culturale, il 18 luglio 1798 separato da Lucca anche a livello ecclesiastico e annesso alla diocesi di Pisa, che a 5 secoli di distanza viene celebrato con una commemorazione in più eventi lunga 12 mesi. L’Istituto storico lucchese ha ispirato la costituzione di un Comitato scientifico che si avvale di una segreteria organizzativa.
E al vertice di questa regia, il Comitato promotore delle celebrazioni per i 500 anni del lodo di papa Leone X: un organismo in cui sono rappresentati i 4 comuni che un tempo costituivano il capitanato. «Un’occasione unica per invitare la nostra comunità a riflettere sulle sue origini – così Riccardo Tarabella, il presidente – ma anche sul senso del proprio presente e del proprio futuro». Cominciando da quella prima conseguenza che il lodo produsse sul territorio: l’arrivo del giovane Michelangelo Buonarroti, obbligato dal Papa a lasciare le ormai "straniere" cave di Carrara per rilanciare l’estrazione sui monti versiliesi. Un’attività iniziata pochi anni prima.
Così, dal primo sito che egli aprì a Trambiserra, sui monti di Seravezza, scaturì quell’"Oro delle Apuane" (così si intitola una mostra realizzata nel 2007 al Palazzo mediceo di quella località), che fino all’Ottocento costituì quasi la monoeconomia della zona. Ed ecco il lavoro nelle cave, un crudo e rigido universo ai più nascosto. Di esso, lo storico e scultore versiliese Vincenzo Santini scrisse: «chi la prima volta l’ammira rimane meravigliato e atterrito». Come accadde per Charles Dickens (lo ricorda nel catalogo della mostra un saggio a firma di Costantino Paolicchi), che nelle sue Pictures from Italy del 1846 annota di essere rimasto colpito dall’arretratezza del sistema. Certamente sgranò gli occhi, lo scrittore inglese, contemplando quelle pericolosissime "vie di lizza" con cui i marmi venivano fatti scivolare a fondovalle mediante rudimentali slitte su piani inclinati.
E certamente non riuscì a tenerli aperti, quando tentò di contemplare il bagliore dei "ravaneti", bianche discariche di marmo luccicanti sotto il sole di mezzogiorno. Riesce difficile immaginare questo passato, quando dal pontile di Forte dei Marmi ti raccontano che proprio lì l’"Oro delle Apuane" salpava alla volta della Francia, dell’Inghilterra, ma perfino della Russia o delle Americhe. Eppure, è per il fascino di quella stessa terra che lo scultore carrarese Arturo Dazzi, nell’estate del 1926, invitò l’amico pittore Carlo Carrà a trascorrere qualche tempo lì.
Nel luogo in cui, come ha scritto il figlio di quest’ultimo, Massimo, l’artista dello scalpello «si stava costruendo una casa sul lungomare». Il resto è storia recente: al "Forte" arrivarono artisti e letterati, gettando le basi del suo attuale sviluppo turistico e culturale. Eppure, se cammini su quelle affollate spiagge estive e volti le spalle al mare, le cime apuane ti sembra di toccarle. E di sentire, accompagnati dallo sciabordio delle onde, i buoi sfiancati dal carico, gli scalpellini, quell’universo che geme e soffre. Poi ti guardi attorno: contraddizione o riscatto? (Marcello Palmieri, Avvenire, 23 gennaio 2013)