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GRAMSCI, IL MISTERO DEL QUADERNO SCOMPARSO

L’inconsapevole Julca «Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il tribunale speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che tra questi “condannatori” c’è stata anche Julca». Così il padre del comunismo italiano scriveva a Tania il 27 febbraio 1933.

Julca è il nome della sua prima moglie, ma nel linguaggio cifrato della lettera allude al blocco comunista. Il documento è noto, ed è stato oggetto di ampie discussioni. Ora però il linguista Franco Lo Piparo, nel suo I due carceri di Gramsci (Donzelli), è andato oltre. E studiando appunto da linguista questa e altre lettere, è giunto a conclusioni che hanno riacceso lo scandalo. Una su tutte: è indubbiamente sparito un «quaderno dal carcere»: dovevano essere 34, Togliatti ne ha fatti pubblicare 33. Il leader del Pci avrebbe insomma censurato gli ultimi scritti, quando Gramsci, ormai in libertà condizionata, si sarebbe molto allontanato dalla politica del partito e forse dalla stessa idea di comunismo. Immediato il seguito di stroncature anche piuttosto indignate (per esempio sul Manifesto e sull’ Unità ) ma anche di forti aperture di credito, come quella di Luciano Canfora – che non è certo un «revisionista» – sul Corriere . Rimane Julca, che per Gramsci è inconsapevole, e quindi innocente. Ma non l’ambiente che essa rappresenta, spiega Lo Piparo, quello cioè di «altre persone meno inconsce». Le stesse che avevano interesse a far sparire il quaderno? (di Mario Baudino, da La Stampa del 2 marzo 2012)