UN PRINCIPE NELLA BUFERA (Le Lettere, 2012)

Solo, all'oscuro delle trame politiche e troppo devoto al padre. Il futuro "re di maggio" raccontato da Francesco di Campello, suo ufficiale d'ordinanza tra il '43 e il '44 . Il conte Francesco di Campello, maggiore dell'aeronautica, fu nominato ufficiale d'ordinanza di Umberto di Savoia il 15 gennaio 1943,e mantenne l'incarico fino al 20 giugno 1944. Fu dunque a fianco di quel personaggio pallido, malinconico e enigmatico che era l'erede al trono (poi luogotenente e infine re) in momenti di estrema drammaticità per l'Italia e per la dinastia dei Savoia.

Infatti il suo diario, pubblicato da Le Lettere e dotato d'una bella prefazione di Francesco Perfetti, ha per titolo Un principe nella bufera (pagg. 124, euro 15). Campello era fin dall'infanzia un frequentatore assiduo del Quirinale, i genitori avevano avuto incarichi protocollari a corte e lui aveva giuocato, bambino, con il quasi coetaneo Umberto (nato il 15 settembre 1904 Umberto, il 9 maggio 1905 il suo ufficiale d'ordinanza).

I protagonisti di queste memorie sono due. Umberto di Savoia e il suo ufficiale d'ordinanza. Le annotazioni di quest'ultimo non modificano, anzi rafforzano, il giudizio storico sul «re di maggio». Scrupoloso nell'assolvere i suoi doveri cerimoniali, rispettoso fino all'umiliazione della volontà paterna, tenuto all'oscuro di tutte le decisioni importanti - e in quel periodo ne furono prese alcune dalle tragiche conseguenze - rassegnato a comandare un fantomatico gruppo «armate sud» che aveva il suo quartier generale a Sessa Aurunca. Le armate sud, come si vide poi, esistevano solo sulla carta e se esistevano non avevano alcuna efficienza militare. Il rapporto tra Umberto e il conte di Campello è intessuto di espressioni sconsolate, di sorrisi condiscendenti, di ripetute affermazione secondo cui nulla si può fare che Sua Maestà il padre non voglia. Il Principe si rende conto di quanto la situazione sia disperata, ma vive in una sorte di limbo fatto di formalismi e d'un continuo battere di tacchi. Rarissimamente si sbottona.

Come la volta in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, fa dell'umorismo sconsolato. Il 18 marzo 1943 Umberto passa in rassegna la divisione motorizzata Piave che «si è presentata benissimo». «In macchina, al ritorno - cito dal diario - ho espresso al principe questa mia impressione. Mi ha detto tristemente “peccato che sia l'unica”».

 

Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini e il re lo fa arrestare a Villa Savoia. Umberto non mai è al corrente di quanto bolle in pentola, chiede informazioni a Campello, anche lui disorientato, che annota. «Non mi dice nulla, lo vedo soltanto sorridere con una gran tristezza». Il leitmotiv della tristezza e dell'impotenza accompagna gli atti e i detti di Umberto. Che capisce, dopo la vergognosa catastrofe dell'8 settembre, quanto sarebbe auspicabile l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, ma si guarda bene dal proporgliela.

Ho accennato all'altro protagonista, l'autore del diario. Francesco di Campello è un uomo coraggioso e leale che si ispira ai grandi valori patriottici e religiosi. Pur nella sua modernità di audace pilota, è un reazionario di vecchio stampo. I suoi attacchi d'ira risparmiano il fascismo (non risparmiano invece i fascisti molli del crollo mussoliniano). Odia il maresciallo Badoglio, da lui considerato un traditore piuttosto rimbecillito, e nel Regno del Sud auspica che il Re formi un governo tutto militare (quasi che il vecchio maresciallo fosse un borghese). È a volte molto acuto nel giudicare le persone, tuttavia non dimostra alcuna avversione per i generaloni, Ambrosio e Roatta in particolare, che hanno abbandonato i posti di comando per fuggire a Brindisi con la corvetta Baionetta, e che là sono stati incredibilmente confermati nei loro incarichi. I generaloni hanno forgiato un esercito a loro immagine e somiglianza, ossia pomposo e debole. Ma con loro il conte è indulgente. È invece spietato fino all'invettiva nei confronti della classe politica che, tra meschinità e indecenze, si stava alla meglio riformando. In vista del congresso dei partiti antifascisti che sarebbe stato tenuto Bari dal 28 gennaio 1944 Campello usa la sua sferza: «Non capisco cosa rappresentino questi quattro cialtroni politicanti, capeggiati da Croce, Sforza e compagni». E poi, il 29 gennaio: «Il famoso congresso di Bari è andato come si prevedeva. Discorso di Sforza, infiorato di volgarità e di insulti. Questo lurido sporcaccione sarà una vera calamità nazionale. Vedremo ora a cosa approderanno le decisioni “storiche” prese da questi buffoni».

Trapela dalle pagine un tenace antisemitismo. Ad esempio il 31 luglio 1943, durante i quarantacinque giorni badogliani; «Sulla stampa sfoghi di bassa vigliaccheria e girandola di nomi ebrei». Dopo l'armistizio sono elencate le udienze di Umberto: «Jung. Questi, benché ebreo, mi piace molto». «Memmo e Philipson, quest'altra nobile figura del ghetto sarà di grande aiuto per la causa italiana!». I sarcasmi antipolitici del conte non erano tutti immeritati. Ma la sua soluzione dei problemi sembra consistere in una giunta militare dotata di pieni poteri. Poiché le cose andarono in altro modo, Francesco di Campello lasciò la vita militare - essendosi rifiutato di giurare fedeltà alla repubblica - e fece altro. Con dignità e con successo. (Mario Cervi. Il Giornale, 23 novembre 2012)