Aldo Garosci, testimone (dimenticato) della libertà

  • Stampa

Soltanto lo Stato di San Marino ricorda con una pubblicazione lo storico scomparso nel 2000. E oggi quasi rimosso.

Sono passati dodici anni da quando, nel 2000, è scomparso, più che novantenne, Aldo Garosci, uno degli intellettuali più vividi e tra gli storici più robusti del '900. Ma purtroppo il nostro mondo culturale e universitario non si è neppure accorto del centenario della nascita (1907), tanto che il nome stesso di Garosci sembra non avere quasi più cittadinanza, malgrado abbia lasciato tre libri — “Storia della Francia moderna” ('47), “Il pensiero politico degli autori del «Federalist»” ('54) e “San Marino. Mito e storiografia fra i libertini e Carducci” ('67) — opere che da sole danno la misura dell'ampiezza di indagini e del rigore interpretativo di uno studioso che merita di stare alla pari con un Salvemini o un Salvatorelli. Per fortuna, di fronte al colpevole silenzio di casa nostra, nell'ottobre del 2010 proprio San Marino ha sentito il dovere di dedicare a Garosci un seminario di studi, di cui escono adesso — presso le edizioni Lo scaffale di San Marino — gli atti con il titolo “San Marino tra mito e storia. Ripensando Aldo Garosci e la storiografia sulla Repubblica”, insieme alla riedizione dell'opera di Garosci su San Marino, arricchita da una presentazione di Franco Fantoni, già curatore nel 2009 di un prezioso volume che raccoglieva il carteggio fra Garosci e Leo Valiani, dal titolo L'impegno e la ragione. L'interesse di Garosci per San Marino nasce in modo abbastanza insolito, quando nei primi anni '50 lì ha soggiornato per pratiche relative all'annullamento del suo primo matrimonio. E ha ragione Maurizio Ridolfi di sostenere che le pagine dedicate alla Repubblica del Timavo rimangono ancor oggi «un essenziale punto di riferimento per tornare a interrogarci sulla "fortuna" di San Marino come modello di "piccolo Stato" e di repubblica», anche in rapporto con la nostra storia risorgimentale e post-unitaria. Un tema su cui intervengono, con originali osservazioni, Laura Rossi e Sante Cruciani. Intendiamoci: se è vero, come ha scritto Montanelli, che Garosci è stato «l'uomo più limpido, disinteressato e alieno da ogni calcolo di opportunità», resta altrettanto vero che non ha esaurito la propria attività nel mondo degli studi, ma ha saputo svolgere anche un forte impegno civile e politico, prima nella lotta contro il fascismo (accanto a Carlo Rosselli, anche nella guerra di Spagna), poi, tornato in Italia dagli Stati Uniti — almeno fino a tutti gli anni '50 — alla ricerca di un «socialismo liberale antitotalitario», su cui si sofferma Fantoni, seguendo (mentre il mondo, specie durante la «guerra fredda», era spaccato in due) la dura polemica di Garosci contro ogni «collettivismo totale». Dopo l'esperienza nel Partito d'azione, aveva continuato a occuparsi di politica, sia come partecipazione diretta (ha diretto «L'Umanità»), sia come commentatore sulle pagine di alcune testate, da «Il Mondo» di Pannunzio, a «Il Ponte» di Calamandrei e a «Comunità», rivista di Adriano Olivetti. Comunque Garosci ha sempre avuto il merito di mantenere insieme a una costante «etica dell'azione», un fermo richiamo ai principi di «giustizia e libertà», che rimangono tuttora il suo più prezioso lascito ideale. (di Arturo Colombo, Corriere della Sera, 8-VII-2012)