Budapest 1956. La macchina del fango

Alessandro Frigerio, tra i finalisti della terza edizione del Premio FiuggiStoria, presenta (Venerdì 27 luglio, ore 17,30, Fonte Bonifacio VIII) agli incontri del Cafè du Parc il suo “Budapest 1956. La macchina del fango”. Attingendo alle pagine dell’Unità e di periodici del Partito quali Rinascita, Vie Nuove e molti altri, Frigerio ricostruisce in questo libro la “macchina del fango” allestita a Botteghe Oscure nei confronti della rivolta ungherese, evidenziando non solo i dispositivi concettuali che la resero così efficiente ma anche il costante alimento fornito dal conformismo dottrinale di direttori, giornalisti e intellettuali di partito, pronti a mettere l’ideologia al servizio della delegittimazione della rivoluzione. Il risultato è una sorta di antologia di diffamazioni gratuite su fantomatici infiltrati reazionari alla guida della rivolta, di falsità spudorate sui crimini della “controrivoluzione”, e di infinite altre accuse. La prima grande insurrezione contro il sistema sovietico dopo la fine della Seconda guerra mondiale si consumò in Ungheria tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956. Di quel lontano episodio sono noti pressoché tutti gli sviluppi: dalla scintilla accesa con le manifestazioni studentesche a Budapest alla prima repressione all’alba del giorno successivo, dai vacillanti governi guidati da Imre Nagy al “fraterno” intervento dell’Armata Rossa. Nel recente”La rivoluzione globale” (Einaudi, 2012) Silvio Pons mette in risalto quanto pesarono nella decisione sovietica di intervenire in Ungheria le valutazioni di Mao Zedong e Palmiro Togliatti: “Sebbene l’influenza di Togliatti non fosse pari a quella di Mao, la pressione congiunta dei due più importanti leader del movimento comunista internazionale in Europa e in Asia non aiutava certo la ricerca di un compromesso”. Attorno a Mosca si compattò non solo l’intero blocco dei paesi socialisti, ma anche i partiti comunisti di tutto il mondo, Partito Comunista Italiano compreso. L’atteggiamento del PCI fu decisamente intransigente, non solo sostenendo l’intervento militare sovietico che debellava la “controrivoluzione”, ma, come ha osservato Paolo Mieli, avviando “un’opera di capillare disinformazione – tacendo alcuni fatti, falsificandone o distorcendone altri – organizzata con la complicità di tutte le sue più autorevoli testate”.