Yemen, gli ultimi ebrei nella tana di al-Qaeda

Per una ventina di giorni Sulaiman Marrahabi non è uscito dal tourist compound dove vive e non ha nemmeno voluto che nessuno lo andasse a trovare. Si è giustificato così: «La nuova situazione politica in Yemen mi preoccupa».

Poi, dopo un paio di mesi, si è convinto quantomeno a ricevere visite ma non nasconde la sua agitazione da quando i ribelli sciiti hanno in mano la capitale. Sulaiman è uno dei pochissimi ebrei yemeniti rimasti che vivono nell’ex Arabia Felix. Sono 84 persone in totale, di cui 55 nella capitale Sanaa, distretto di Tourist city di fronte all’ambasciata americana. Proprio due famiglie di sei persone sono state appena evacuate il 15 febbraio e trasferite con un volo charter in Israele. Gli altri 29 ebrei sono dislocati nel distretto di Raidah, nella provincia di Amran. Per tutti sarebbe pronto un programma di trasferimento nella Terra promessa, secondo il
Jerusalem Post.
Vivono in concreto apartheid fisico e culturale dal 2008, da quando cioè ricevettero un ultimatum all’esodo dalla comunità Houti, musulmana sciita, nel Nord del Paese, a Sada. E oggi, queste 55 persone a suo tempo sfollate da Sada a Sanaa, sono ancora più preoccupate a causa del cambio della guardia al governo del Paese e al maggiore spazio dato alla minoranza sciita nei posti chiave (dall’esercito ai ministeri), dopo una breve guerra civile nella capitale durata una settimana nel settembre dello scorso anno.
Qui, nella tana di al-Qaeda, nessuno si preoccupa più di loro, nemmeno nella Giornata della memoria. Ma c’è un motivo preciso che non è religioso e non è culturale ma politico. Gli ebrei yemeniti, pur essendo pochissimi, sono stati travolti dalla intransigenza degli Houti che, al grido «Morte all’America, morte a Israele», hanno lanciato le loro milizie ispirate a Hezbollah in tutte le aree a nord di Sanaa, hanno fatto piazza pulita di chiunque si opponesse loro – capi tribù, istituzioni governative –, imponendosi con la forza, fino ad arrivare a conquistare la capitale, complice la debolezza del governo, la mancanza di sicurezza e la scarsa leadership post-rivoluzione dei Fratelli musulmani, che iniziava a riprodurre i modelli familistici dell’ex dittatore Saleh. Nella comunità di Sada, nell’area di al-Salem, hanno sempre vissuto in armonia con gli altri yemeniti: «Tradizioni e famiglie separate, certo, ma condivisione degli eventi storici familiari in relazioni di lavoro e buon vicinato», ricorda Suleiman. Del resto, gli ebrei yemeniti sono sempre stati rispettati e apprezzati per le loro capacità artigiane
come gioiellieri e carpentieri. Fino a quel giorno del 2008: «La lettera degli Houti ci intimava di sfollare in dieci giorni. Se non lo avessimo fatto ci avrebbero ucciso. L’accusa era di essere collaborazionisti dei governi di Israele e Stati Uniti tramite l’allora governo di ’Ali ’Abd Allah Saleh». Il governo yemenita si premurò comunque di salvare la comunità. Gli ebrei di Sada rimasero per un mese in hotel, poi vennero trasferiti nella capitale in elicottero.
Il rabbino Youssif Salem Musa racconta tra le lacrime che hanno dovuto lasciare case e proprietà senza poterle rivendicare. Oggi le loro terre, le case e financo la loro grande biblioteca che contiene un’antica Torah e altri libri sacri, vecchi di duecento anni, sono state distrutte dagli Houti. Le terre confiscate senza possibilità di reclamo.
Habboub Salim Musa è il rappresentante della comunità: «Dal 2008 il governo ci ha concesso un trilocale a famiglia per quattordici famiglie in tutto, una fornitura mensile di beni alimentari di prima necessità, dallo zucchero, al riso, alla farina, e un assegno mensile di 185 dollari per l’acquisto di carne, frutta e ortaggi. Ogni uomo riceve anche un assegno mensile di cinquemila riyal» (circa venti euro). La ragione è semplice: nessuno di loro può aprire un negozio e l’unico ebreo della comunità che aveva un impiego governativo è un coltivatore. Da quando un membro della comunità è stato ucciso a freddo nel 2012 al mercato del qat (la droga leggera locale diffusa dappertutto), senza alcuna ragione apparente, tutti hanno paura. L’uomo non aveva precedenti penali, non aveva litigato con nessuno. Così, il rabbino
Yahia Yusuf spiega che «i movimenti dei membri della comunità sono molto limitati ». Infatti Sulaiman non si avventura da nessuna parte fuori di qui: «La mia vita è nel compound ma sogno di tornare nella mia terra. Temo però che farò la fine di molti parenti. Sono emigrati in Israele alcuni anni fa e non metteranno più piede qui, nemmeno per morire». Prima del 1948 gli ebrei in Yemen erano 63mila. Tra giugno 1949 e il settembre 1950 la stragrande maggioranza della popolazione ebraica dello Yemen è stata trasferita in Israele con l’Operazione “Magic Carpet”.
Haim Hashash è uno di costoro e non vuole riaprire quella botola. Alla fine lo fa dopo molte insistenze e inizia cantando una canzone di Rabbi Shabazi sulla Terra promessa. Per lui che ha novant’anni e che dal 1948 vive in Israele, tornare alle memorie precedenti lo sfollamento è una violenza: «Lo Yemen è il luogo più bello del mondo: rimuovo sempre la certezza che io non possa più tornarci. Però nella mia infanzia abbiamo sempre vissuto con il mito della Terra promessa e tutti gli ebrei dello Yemen fecero di tutto per andarci. Il governo di Israele ha sempre facilitato i trasferimenti, non senza chiedere innumerevoli permessi ai governi succedutisi nel tempo». Nella sua storia, l’esodo non fu necessario fino al 1947, per un motivo molto preciso: «Nel tempo, la nostra serenità e incolumità è stata garantita dai singoli imam. Anche nella nostra località, al-Tawila, vicino a Sanaa, l’ago della bilancia è stato l’imam». Haim ha un grande ricordo di lui, della sua saggezza, del fatto che proteggesse la comunità. Assassinato nel 1947, – in concomitanza con la rivoluzione del generale Rais al-Jamal, che cambiò il volto al vecchio Yemen – l’imam “buono” lasciò il posto al caos: «Iniziarono per noi ruberie, minacce, violenze, finché non siamo scappati verso il campo Hashed vicino ad Aden. Qui un aereo israeliano ci ha portato nella Terra promessa». Haim Hashash ha gli occhi che sono già due otri di lacrime. Ha smesso di giocherellare con le mani e chiede solo di non parlare più. La sua Terra promessa resta sempre quella che ha lasciato. (Laura Silvia Battaglia, AVVENIRE, 22 febbraio 2015)