Modiano, io, ebreo a caccia delle mie radici

Cammina, Patrick Modiano, per le strade di Parigi. Cammina da sempre per le vie, per le piazze, sin da quando riesce a ricordare.

Era con suo padre, ancora bambino quando lo accompagnava a quei suoi appuntamenti misteriosi che si tenevano spesso nei saloni dei grandi alberghi, luoghi dall’arredamento lussuoso, ma marchiati dal loro essere sempre solo ambienti di passaggio. Incontravano personaggi mai troppo chiari, allora, partner in affari probabilmente un po’ loschi, non ben definiti, in incontri a cui veniva portato forse come copertura. Ma forse, invece, era il solo modo che suo padre aveva trovato per stare con il proprio figlio.

Un figlio «male amato», come racconta lo scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 2014 che ha ricevuto quest’anno a Ferrara il Premio Pardes. Un padre che non ha pronunciato mai la parola «ebreo», e che non ha mai fatto riferimento alla propria identità ebraica, nonostante proprio per questo fosse stato ricercato sia dalla polizia francese che da quella tedesca, e arrestato per ben due volte durante l’occupazione. La prima era riuscito a scappare, e la seconda era stato liberato grazie all’intervento di una persona misteriosa…

Cammina fra le strade del suo arrondissement, questo scrittore amato sia dal pubblico che dalla critica, con la parlata lenta e intensa, mentre racconta che di essere ebreo lo ha scoperto per caso, quasi adolescente. Ma ha dovuto fare lui stesso la domanda giusta al momento giusto, al portiere del palazzo dove abitava allora, che già vi lavorava durante l’occupazione. È molto «modianesco», allora, questo scoprire la propria vera identità grazie a un nome falso, usato da suo padre nei suoi affari loschi.

Un’atmosfera irreale che pervade tutti i suoi ricordi, da quegli ampi saloni che hanno poi influenzato le ambientazioni dei suoi romanzi al ricordo dei teatri che frequentava quando vi lavorava sua madre, con il palcoscenico polveroso, le luci irreali e i tendaggi di velluto rosso. Una madre assente, molto spesso in tournée, grazie alla quale, però, ha avuto l’occasione di ascoltare intere pièce osservando il pubblico, da dietro le quinte. «Di solito i ricordi d’infanzia bastano a se stessi, ci si ricorda di cose molto semplici. I miei ricordi d’infanzia invece erano sempre macchiati da qualcosa che non riuscivo a comprendere pienamente, da qualcosa di enigmatico... penso che questo abbia favorito la mia voglia di scrivere». Racconta di aver sofferto tutta la vita per qualcosa che non ha vissuto, a cui come suo padre è scampato quasi per caso, e tutto sembra tornare in ondate di ricordi, a volte non suoi. «La mia memoria precede la mia nascita», aveva detto a Raymond Quenau. E scrivere, per questo autore che passa il suo tempo a pensare, a cercare un pensiero, a scavare la frase giusta ma riesce a mettere in fila le parole al massimo per un’ora al giorno, serve a creare «una specie di senso di realtà, a combatte la sensazione di non esistere». È strettissimo il legame fra Modiano e la sua città, una città che conosce e che ama profondamente, anche se ha dichiarato che, forse, gli dispiace di non avere nella sua storia un paesaggio di campagna, dove forse avrebbe «funzionato meglio». Ma il legame con la sua Parigi non è fatto solo di ricordi, e questo è evidentissimo al varcare la porta di casa sua, sulla rive gauche, una casa abitata da centinaia di libri, a creare un paesaggio luminoso ma interamente ricoperto di volumi, con i libri che sono ovunque, appoggiati sui tavolini, coprono le sedie, invadono divano e davanzali. E non solo di libri si tratta: «Non sono mai stato un collezionista – spiega – ma raccolgo cose che possono aiutarmi: elenchi telefonici, cartine, fotografie, immagini, per dare concretezza a cose che negli anni cambiano, per vedere dove abitavano le persone, quello che è successo in quella determinata strada, per costruire il mio personale atlante di persone che certamente sono sparite». A costruire che quello che Bernard Pivot, autore di un formidabile documentario sullo scrittore, definisce «un incredibile bric à brac della memoria, un bazar da archivista». In un’intervista di molti anni fa aveva spiegato che questa sua mania per la ricostruzione precisa non ha nulla a che fare con il gusto per il passato, ma si tratta piuttosto di una sorta di droga che gli permette di andare avanti, mescolando ricordi e racconti, e frammenti di realtà per costruire la vita di un luogo, e abitarlo di quel mistero che è necessario donare anche ai posti, agli avvenimenti più banali: «Perché questo è il dovere di un romanziere: rendere giustizia alle cose». Non è il passato quello che interessa a Modiano, ma ciò che il tempo e la memoria ne hanno fatto. (Ada Treves, AVVENIRE, 11 maggio 2015)