Ma chi uccide la memoria non si batte in tribunale

Il grande storico Pierre Vidal-Naquet non era d'accordo con chi voleva mettere in galera il negazionista Robert Faurisson.

Ma scrisse un formidabile libro sugli «assassini della memoria» che rivelò l'abisso di sconcezza, di impostura storiografica, di ignoranza, di pregiudizio nazistoide in cui sprofondava chi negava la stessa esistenza di Auschwitz. Non bisogna fargliela passare liscia, agli «assassini della memoria». Ma con i libri, i fatti, gli argomenti, i documenti, le testimonianze. Non con i poliziotti e i magistrati.
In Francia c'è da tempo una legge che considera reato il negazionismo, ma ogni anno aumenta il numero delle aggressioni contro gli ebrei. In Austria, qualche anno fa, hanno tenuto in prigione David Irving, ma nessun movimento antisemita è risultato indebolito. Senza considerare le occasioni di arbitrio, le omissioni, i silenzi diplomatici, i doppio-pesismi. In Iran nei giorni scorsi hanno indetto un concorso per la miglior vignetta contro gli ebrei: nessuno ha chiesto la chiusura dei rapporti diplomatici con Teheran, dove al tempo dell'allora presidente Ahmadinejad venne addirittura convocato un convegno internazionale per negare l'esistenza delle camere a gas. Una legge che impedisce di dire è una legge liberticida, anche se animata dalle migliori intenzioni. È la cultura che deve disarmare il negazionismo, non un provvedimento dei magistrati. Si capisce il dolore di chi vede negata l'evidenza storica della Shoah, ma non è con i magistrati che necessariamente interpretano una legge che si vince la battaglia contro gli assassini della memoria. Nemmeno con l'indifferenza. E anzi, è il compito di una società civile impedire che le menzogne circolino indisturbate. E di insistere, ribadire, ricordare. Mai dandogliela vinta ai manipolatori criptonazisti camuffati da storici. Si può fare, anche senza leggi ambigue e pericolose. (Pierluigi Battista, CORRIERE DELLA SERA, 11 febbraio 2015)