L’INTERVISTA/Decalogo politico cercatelo nella Bibbia

Michael Walzer non avrebbe bisogno di alcuna presentazione, perché è uno dei più importanti filosofi in vita. Professore emerito dell’Università di Princeton, è annoverato fra i teorici del "comunitarismo", la principale scuola di pensiero che nel mondo anglosassone gareggia con le dottrine liberali

. In questa ottica vi è stata sempre da parte sua un’attenzione per i temi e le dottrine religiose che sono parte della civiltà occidentale: il primo dei suoi 30 libri (!) è intitolato La rivoluzione dei Santi ed è dedicato ai radicali inglesi del Seicento. E' seguito poi Esodo e rivoluzione (1985) sulla metafora della "terra promessa" nel discorso politico. L’ultima sua fatica s’intitola All’ombra di Dio – da pochi giorni uscito in Italia con l’editore Paideia (pagine 196, euro 21,50) – ed è uno studio accuratissimo sui concetti politici presenti nell’Antico testamento. Per presentare il testo al lettore italiano, Michael Walzer ha scelto di farsi intervistare da “Avvenire”.

Professore, perché i testi sacri contengono così spesso delle idee e dei concetti politici? «Non direi che questa considerazione possa valere per tutti i testi sacri: pensi agli scritti dei mistici, che chiaramente sono apolitici. Tuttavia la Bibbia è un libro particolare: si tratta di una raccolta di testi – scritti in oltre 800 anni – che riflettono sulla storia e sulla cultura degli antichi Israeliti. Questi ultimi vivevano sotto il potere di un soggetto politico indipendente - o meglio di due unità politiche indipendenti: i regni del Nord e i regni del Sud – per cui vi è largo spazio nella Bibbia per le disquisizioni politiche che li riguardano. In aggiunta, vi sono i testi di legge e gli scritti profetici di carattere religioso, ma non meno politico, in quanto toccano da vicino la pratica della giustizia. Ciò che manca invece nella Bibbia è una "teoria o filosofia politica" che argomenti la caratteristiche dei diversi regimi politici o/e i vincoli di lealtà a cui sono tenuti i cittadini. Come sappiamo, queste sensibilità è un’invenzione dei Greci».

Il suo ultimo libro «All’ombra di Dio» si apre con un capitolo dedicato all’idea del "patto" (il «covenant» nel lessico anglosassone): qual è il suo significato? E che ruolo ha avuto agli albori della storia americana?

«Il patto biblico descritto nel Libro dell’Esodo è una sorta di trattato siglato dal popolo d’Israele con il suo Dio. È un accordo condizionato: se Israele ha fede nelle leggi poste da Dio, gli verrà concessa pace e prosperità nella terra promessa. Il convenant inoltre è un accordo fra gli Israeliti, al loro interno, per vivere secondo certe leggi. In quest’ultima declinazione il patto biblico è il prototipo del "contratto sociale" di cui avrebbero parlato ampiamente i filosofi settecenteschi e i primi coloni americani. Nella loro interpretazione il covenant diveniva un patto secolarizzato, che trovava la sua legittimazione nel consenso dei governanti. In ordine poi alle leggi di Dio, e alla molteplici possibilità che si aprivano ai moderni per acconsentirvi secondo quanto prescritto dalla Bibbia, è un problema che i filosofi del "contratto sociale" (Hobbes, Locke, Rousseau, Puffendorf ecc.) hanno accortamente evitato di trattare».

Nella Bibbia troviamo la descrizione di un’interminabile sequela di guerre: perché la violenza ha così tanto spazio? Dal testo scaturisce, a suo avviso, un’interpretazione ebraica e cristiana della "guerra santa"?
«Tutte le religioni monoteistiche – ebraismo, cristianesimo e islam – hanno prodotto delle dottrine per giustificare la "guerra santa", la "jihad" o le crociate, asserendo in sostanza che a tali guerre acconsentiva Dio stesso, per cui i soldati che le combattevano in prima persona era da considerarsi profeti e predicatori. Al loro interno, le religioni monoteiste che ho citato hanno prodotto anche delle critiche serrate al concetto di "guerra santa": la teoria della "guerra giusta" – che appunto si oppone all’idea della "guerra santa" – è una specifica creazione cattolica, sviluppata in Spagna nel XVI secolo da Francisco de Vitoria e Francisco Suarez. Il fine di queste riflessioni, che si richiamano apertamente alla tradizione patristica e scolastica, era proprio quello di respingere l’idea che si potessero fare delle guerre per finalità religiose».

E in merito alla violenza presente nel testo biblico?
 «Ci stavo arrivando: nel testo biblico le guerre sono numerose perché Israele era parte dell’Antichità, che come sapete voi italiani dagli studi liceali – che da voi sono ancora fra i migliori al mondo – era un mondo intriso di violenza, in quanto la guerra era il mezzo ordinario per condurre la vita politica. Naturalmente la più parte delle guerre descritte nella Bibbia non sono "guerra sante" nel senso proprio del termine: sono azioni politiche con finalità imperiali, o difensive. Tuttavia nella Bibbia troviamo anche delle rimarchevoli descrizioni e celebrazioni dell’idea di pace, per esempio nel Libro di Isaia». Restiamo ancora un attimo sul concetto di "guerra giusta": lei deve la fama di cui gode al tentativo di attualizzarne il profilo, per calarla nelle pieghe della politica contemporanea.

Qual è la sua idea di "guerra giusta

«Il mio libro del 1977 intitolato “Guerre giuste e ingiuste” (Just and Unjiust Wars)<+tondo> era una versione secolare della teoria cattolica della "guerra giusta". Sarebbe difficile darne conto in questa sede: in sintesi il nucleo della mia tesi è che sono legittime le guerre volte all’autodifesa o alla difesa di terzi (si pensi a coloro che sono esposti al rischio di massacro, come in Cambogia o in Ruanda). Dal punto di vista etico queste sono guerre che si possono e – per certi versi – si devono combattere. La teoria della "guerra giusta" prescrive poi le regole con cui si devono condurre queste guerre: in proposito è centrale l’immunità che deve essere garantita ai non-combattenti. In altre parole, il mio intento non era esclusivamente filosofico, perché era rivolto a offrire ai cittadini dei regimi democratici gli strumenti di giudizio per valutare la legittimità etica delle guerre combattute dai loro governanti». (Davide G. Bianchi, Avvenire, 27 marzo 2013)