L’insurrezione di Varsavia in presa diretta

Vincitori ma vinti. Di certo traditi, scambiati come pedine minori sulla grande scacchiera della Storia.

È stato questo il destino dei polacchi durante l'infernale crogiolo della Seconda guerra mondiale che ha sciolto la loro patria, consegnandola al nazismo prima e al comunismo dopo.

E come sia andata la feroce spartizione nata dal patto Ribbentrop-Molotov lo raccontano i manuali scolastici. Altrettanto vale per il tradimento del governo polacco in esilio e l'occupazione russa dopo la caduta della Germania.

Però leggendo Il ragazzo di Varsavia di Andrew Borowiec (Newton Compton, pagg. 380, euro 9,90) quello che si è sfogliato nei saggi si incarna in una storia personale. Borowiec è un uomo che ha vissuto di scrittura. Nato a Lódz in Polonia, nel 1928, dopo la guerra si è trasferito in America. Ha passato la vita a fare il giornalista. Eppure anche facendo il reporter ha aspettato sino al 2014 per raccontare la sua «ribellione di Varsavia», quella che lo trasformò in un soldato bambino, costretto a battersi casa per casa contro le SS. Il risultato è un affresco intenso. La narrazione inizia prima dell'insurrezione della capitale (primo agosto - 2 ottobre 1944). Borowiec era figlio di un colonnello dell'esercito polacco e vide di persona le fasi più convulse della mobilitazione, fallimentare, per fermare il blitzkrieg tedesco. Il piccolo Borowiec si ritrovò nella città di Lwów assediata dalla Wehrmacht. La resistenza di civili e militari servì solo a convincere il comando tedesco a cedere la città ai sovietici. E Borowiec racconta la rocambolesca fuga del padre per tornare nel territorio controllato dai nazisti. Il genitore capì che cadendo in mano ai sovietici non avrebbe avuto scampo: puntò verso ovest e si salvò dal finire come i fucilati di Katyn.

Il giovane Borowiec invece, dopo molte traversie, finì a Varsavia e venne reclutato giovanissimo dalla resistenza, quell'esercito nazionale clandestino nota a tutti come Kospiracja . La ribellione poteva contare su una sola speranza di successo: il soccorso dell'Armata rossa. I polacchi però scoprirono che l'aiuto non ne sarebbe arrivato. I sovietici volevano battere i tedeschi, ma non consentire la nascita di una Polonia indipendente.

Appena ebbero il tempo di riorganizzarsi i reparti delle SS ripresero la città metro per metro. Spietatamente, usarono i civili come scudi umani. E qui Borowiec affronta con molta onestà il difficile tema etico (che noi italiani possiamo capire così bene) di ogni guerra di resistenza. Cosa si deve fare quando il nemico può far scontare a degli innocenti le scelte militari dei partigiani? I polacchi andarono dritti per la loro strada. Il prezzo fu altissimo, una strage immane e una città distrutta. Lo stesso Borowiec fu fatto prigioniero e mandato in Germania. Arrivò al campo di concentramento vestito con l'unico assurdo abito che aveva trovato per sostituire la sua divisa dilaniata. Uno smoking. (Matteo Sacchi, IL GIORNALE, 28 ottobre 2014)