La crisi resuscita l'antisemitismo. I timori degli ebrei di Salonicco

I soldi scarseggiano? «Colpa degli ebrei». Un'angosciosa sensazione di  déjà vu serpeggia nella comunità ebraica di Salonicco, in Grecia, dove l'assioma non è considerato una barzelletta.

La feroce crisi economica alimenta un'altra ferocia: quella che spinge a cercare un responsabile, o perlomeno un capro espiatorio sul quale sfogare rabbia e preoccupazioni per le difficoltà di fine mese. A torto o a ragione (si spera a torto) gli ebrei della «Gerusalemme dei Balcani», come era soprannominata la città prima che la Seconda guerra mondiale le cambiasse i connotati, temono che prima o poi la sempre più potente «Alba Dorata», partito di estrema destra e di simpatie neonaziste, distolga le sue malevole attenzioni dagli immigrati e le rivolga alle sinagoghe greche, neanche fossero filiali della Bce. Ma questa volta, secondo quanto riferisce il sito israeliano Ynetnews, la comunità ebraica ha deciso di non voler aspettare che la tormenta si abbatta ingiustamente su di lei come settant'anni fa, in un ricorso storico che ancora terrorizza molti anziani abitanti della città. Stavolta i pochi sopravvissuti e i discendenti dei perseguitati e deportati di allora, quando fu spazzato via, verso i lager polacchi, il 97% della popolazione ebraica, gli ebrei hanno deciso di ricordare al parlamento, dove siedono numerosi gli eletti di «Alba Dorata», di essere anche loro cittadini greci a pieno diritto. Soprattutto di sentirsi al sicuro in casa loro. Il primo ministro, Antonio Samaras, ha colto il messaggio e la settimana scorsa ha visitato una delle sinagoghe di Salonicco e, ai superstiti dell'Olocausto (che molti militanti di «Alba Dorata» considerano una fantasia), ha promesso: «Mai più». Ma la vera sorpresa è arrivata alla marcia silenziosa che doveva commemorare l'avvio degli ebrei di Salonicco ai campi di sterminio, nel 1943: nella piazza, ora un parcheggio, si sono radunate duemila persone, in buona parte non ebree e almeno dieci volte più numerose di quanto sperassero gli organizzatori. (Elisabetta Rosaspina, Corriere della Sera, 2 aprile 2013)