INTERVISTA/ Bombe su Auschwitz, Roosevelt innocente

Il libro si intitola FDR and the Jews (Franklin Delano Roosevelt e gli ebrei) ed è stato appena pubblicato negli Stati Uniti dalla Belknap Press, firmato da due storici dell’American University di Washington, Richard Breitman e Allan Lichtman. È l’ultimo capitolo di una disputa che si trascina da decenni, soprattutto oltre Atlantico: poteva Roosevelt intervenire per fermare l’Olocausto e se sì perché non lo fece? Ne parliamo con il primo dei due autori.

Professor Breitman, perché Roosevelt non bombardò Auschwitz?
«La risposta sintetica è che la proposta di bombardare Auschwitz non arrivò mai sul suo tavolo. Molti pensano che si rifiutò di farlo, ma non fu così. La proposta arrivò all’assistente al Segretariato della guerra, John McCloy, che la respinse immediatamente. E quando riemerse, nel 1944, si fermò sempre a McCloy. Anche il suo biografo, Kai Bird, lo conferma».

La risposta meno sintetica?
«Noi guardiamo alla guerra con il senno di poi e ci chiediamo come mai nessuno abbia voluto fermare Auschwitz. Ma non era questo l’atteggiamento nel 1944, quando relativamente poche persone erano a conoscenza di quello che realmente accadeva in quella fabbrica di morte. Il grande pubblico e anche i più preparati all’interno del governo americano erano abbastanza scettici riguardo alle storie di camere a gas, forni crematori eccetera. Il “New York Times” pubblicò il primo resoconto dettagliato su Auschwitz solo nel luglio 1944, quando per esempio la deportazione degli ebrei ungheresi era già terminata. La proposta di bombardare Auschwitz venne da figure e da fonti abbastanza marginali nell’ambito del governo. Anche le organizzazioni ebraiche avanzarono questa richiesta solo nel giugno/luglio di quell’anno. Questa raggiunse il Comitato per i rifugiati di guerra, che aveva però un problema: per ottenere la collaborazione di altre parti del governo si era impegnato a non chiedere risorse militari, per non ritardare la vittoria. E bombardare Auschwitz non era un obiettivo strettamente militare. Lo stesso Comitato per i rifugiati era quindi esitante. In ogni caso passò la richiesta al Dipartimento della guerra, che però aveva un fine molto chiaro: vincere il prima possibile. Per questo McCloy disse di no al piano».

Qual è la sua opinione personale: fu una scelta legittima o colpevole?
«David Wyman [il fondatore dell’omonimo Istituto di studi sull’olocausto di Washington, ndr] è stato il primo a mettere in luce questa vicenda e a presentarla come un simbolo del fallimento della politica americana. Lui e altri hanno sostenuto che il bombardamento di Auschwitz, o anche solo il suo tentativo, avrebbe fermato l’Olocausto o costretto i tedeschi a rivedere i loro piani. Di fatto nulla fa pensare che sarebbe andata così. I nazisti uccisero gli ebrei anche prima che venissero installate le camere a gas e lo fecero anche quando vennero chiuse. Personalmente penso che sarebbe stato un’ottima cosa almeno provare a bombardare Auschwitz; dico solo che, se si guarda alle evidenze storiche, la proposta non raggiunse mai Roosevelt e la gente sbaglia se pensa che in questo fu colpevole».

È vero che Roosevelt pensò a un piano per ricollocare gli ebrei europei in altre parti del mondo?
«Il piano ci fu, nel 1938, abbiamo diversi documenti che lo provano, anche se non sappiamo quanto fosse maturo. Roosevelt pensava, come disse al rabbino Stephen Wise, che la Palestina potesse assorbire solo un numero limitato di ebrei – gli inglesi stavano inoltre limitando l’accesso alla Palestina – per cui, nel caso di una guerra, molti sarebbero stati in pericolo. Pensava che si sarebbe potuto spostare gli ebrei europei in luoghi poco popolati in cui sarebbero stati una risorsa dal punto di vista demografico ed economico. Sperava di poter negoziare con la Germania, perché permettesse agli ebrei di emigrare portando con sé i propri beni. Quando questo si rivelò impossibile, sperò comunque che si stabilissero in Occidente».

L’idea non nasceva dallo scarso favore con cui Roosevelt guardava alla nascita dello Stato di Israele?
«Riguardo alla nascita di uno Stato ebraico, Roosevelt in realtà fu oscillante. Aveva legami sia con l’American Jewish Congress, che era sionista, che con l’American Jewish Committee, che supportava solo l’immigrazione ebraica in Palestina, ma non era sionista. A volte pendeva per l’una a volte per l’altra parte. Se vogliamo trovare una posizione prevalente, possiamo dire che Roosevelt era a favore di uno Stato d’Israele in Palestina. Non pensava però che potesse avvenire in tempi così rapidi e quando si rese conto che sarebbe scoppiata una guerra tra ebrei e arabi fece un passo indietro».

Roosevelt è anche accusato di essere stato in fondo un antisemita. Cosa ne pensa?
«Se guardiamo alla sua formazione non lo si può definire tale. Sua moglie Eleanor, che oggi è vista come la vera figura liberal della coppia e a favore della causa degli ebrei, crebbe in un ambiente molto più impregnato di antisemitismo. In ogni caso, se anche Roosevelt ebbe dei tratti antisemiti, li superò: fu il presidente che più di ogni suo predecessore si appoggiò agli ebrei nel suo governo. Per capire meglio la sua posizione bisogna capire anche un retroscena. Nel 1929 corse per diventare governatore di New York contro un candidato repubblicano ebreo ed ebbe appoggi da ambienti antisemiti. Una volta presidente, al contrario, fu accusato di essere diventato un pupazzo nelle mani degli ebrei. Il New Deal fu contestato duramente come un’operazione del socialismo giudaico. Avendo fatto esperienza di questo genere di pressioni, Roosevelt divenne prudente nell’esporsi su questioni che riguardavano gli ebrei. Volle evitare per esempio che il suo appoggio a Francia e Gran Bretagna nella guerra fosse visto come un’operazione degli ebrei e quella americana come una guerra ebraica».

In sostanza, Roosevelt fece abbastanza per gli ebrei durante la guerra?
«Nel 1992 ho intervistato Gerhart Riegner, colui che fece uscire le prime notizie sull’Olocausto e che voleva che gli alleati bombardassero Auschwitz. Lui mi disse – faccio una parafrasi delle sue parole – che Roosevelt non fece abbastanza per gli ebrei. Impedì però che la Germania conquistasse l’intera Europa e anche la Palestina: senza di lui non ci sarebbe oggi Israele». (Andrea Galli, Avvenire, 5 aprile 2013)