Il secondino di San Vittore che salvò i prigionieri ebrei

Le SS non nutrivano le vittime delle leggi razziali: meglio lasciarle morire di fame che deportarle tutte. La guardia Andrea Schivo si oppose. E pagò con la sua vita...

Quando si pensa alla Shoah la memoria corre subito ai campi di sterminio, agli orribili recinti di filo spinato descritti nei libri di Primo Levi, alla spettrale immagine dei forni raccontata da Vincenzo Pappalettera in Tu passerai per il camino. Ma lo sterminio, con le sue vittime, i suoi carnefici e i suoi eroi (quei pochi Giusti che cercarono di fermare il massacro, spesso a prezzo della vita), a volte ha avuto inizio in luoghi molto più vicini a noi. Luoghi che per la loro normalità e prossimità possono aiutarci meglio a renderci tangibile quella che Hannah Arendt chiamava la banalità del male. Ecco perché la mostra Il filo dimenticato 1943-1945 gli anni bui di San Vittore ospitata oggi nel IV raggio della Casa Circondariale San Vittore (Piazza Gaetano Filangieri 2, Milano) rappresenta un'occasione particolare per capire l'entità della tragedia costata la vita a milioni di ebrei. È ospitata proprio nel Raggio dove furono rinchiusi inizialmente gli ebrei lombardi che vennero prima trasferiti al V Raggio del carcere milanese e poi mandati nei campi di sterminio. Sulle lenzuola del penitenziario le detenute, su disegno e progetto di Alice Werblowsky, hanno realizzato degli «arazzi» che ricordano gli eventi di quei terribili anni. E grazie al contributo del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea la mostra è diventata l'occasione anche per ripensare alle vite e alle scelte di alcune delle persone che in quel carcere si trovarono a fare delle scelte difficilissime.

Uno dei casi più incredibili e troppo a lungo dimenticati è quello di Andrea Schivo una delle guardie carcerarie dell'epoca. Come ha raccontato al Giornale il pronipote Giacomo Schivo: «Andrea, il mio prozio, era una guardia carceraria, secondino come si diceva allora, al carcere di Imperia. Poi venne trasferito a Milano e si trovò a capo del V raggio, quello dove erano imprigionati gli ebrei catturati nelle retate dai tedeschi». Schivo si trovò subito a fronteggiare una situazione terribile: «Nelle celle erano rinchiusi quasi solo donne, vecchi e bambini. Il piano dei tedeschi era chiaro, iniziare a farli morire di fame lì per doverne poi deportare il meno possibile. Il mio prozio, che aveva una moglie e una bambina, non riusciva a tollerare un orrore simile». Ecco che allora Schivo si organizzò come «staffetta»: «Entrava in carcere con dei polli cucinati dalla moglie nascosti sotto il cappotto, faceva entrare clandestinamente cibo nelle celle, e portava all'esterno le lettere dei prigionieri». Una scelta coraggiosa che però non poteva sfuggire all'infinito all'occhiuto controllo delle SS: «Un giorno un vecchio prigioniero ebreo dimenticò di nascondere un ossicino di pollo, le guardie tedesche lo notarono e capirono subito che da fuori arrivava del cibo. Torturarono l'anziano sino a che non fece il nome di Andrea Schivo». Schivo venne deportato nel campo di concentramento di Flossembürg (un campo durissimo, per non ebrei, dove si contarono più di 73mila vittime) dove morì di stenti il 29 gennaio 1945, due giorni dopo la liberazione di Auschwitz.

«La mia famiglia l'ha saputo a guerra finita grazie all'interessamento del Cardinale Schuster. In famiglia abbiamo tramandato sempre la storia...». Poi nel 2006 è arrivato il riconoscimento di Israele che ha proclamato Andrea Schivo Giusto tra le Nazioni e nel 2007 è giunta anche la medaglia d'oro al valor civile consegnata da Napolitano. Questa estate alla eroica guardia è stata dedicata la scuola di Polizia Penitenziaria di Cairo Montenotte. E sul come mai la memoria collettiva si sia risvegliata così tardi il nipote di Schivo ha le idee chiare: «È stato un trauma terribile e nessuno voleva davvero ripensarlo o riviverlo». Invece Il filo dimenticato (la mostra sarà trasferita alla Energolab, in via Plinio 38, dal 3 febbraio al 10 febbraio) e il suo catalogo consentono di rivivere molto di quegli anni, dall'odissea di Liliana Segre (l'unica bambina sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz del treno partito il 21 gennaio 1944) al coraggio di Giuseppe Grandi che aiutò molti a fuggire in Svizzera. Ed è forse dalle memorie di Liliana Segre che si può recuperare il gesto più commovente. Mentre gli ebrei vengono portati via dal carcere i detenuti comuni se ne accorgono: «Ci gridavano: Dio vi benedica, non avete fatto niente di male. Ci vedevano dalle loro celle e ci lanciavano arance, biscotti, guanti, di tutto». Perché dietro le sbarre c'è chi continua ad essere un uomo. (Matteo Sacchi, Il Giornale, 27 gennaio 2013)