Il riso amaro di Amis sulla Shoah

Fedele a se stesso, al suo snobismo e al suo disprezzo per i miti imperanti, se n'era andato da un'Inghilterra che vedeva sempre più incolta e superficiale, sprofondata nella trivialità del culto del danaro e delle celebrità.

Si era trasferito a New York, non a Manhattan ma a Brooklyn, per ritrovare l'antica scintilla creativa. Tuttavia tre anni dopo Martin Amis, scrittore inquieto e iconoclasta, si è stancato di un Paese che non conosce la virtù dell'ironia. Sembra in crisi, disconosce i suoi primi «rozzi» libri. Sta pensando di scrivere un romanzo autobiografico, per fare il punto sulla propria vita e il proprio lavoro.

Sorprende che abbia scelto l'Olocausto come tema del suo nuovo romanzo The Zone of Interest (Jonathan Cape, pagg. 310, sterline 18,99), un brillante tour de force , tecnico ed estetico, non sempre di buon gusto. Scritto per sua ammissione dopo molte esitazioni e un periodo di confusione, il libro racconta il genocidio visto dalla prospettiva dei tedeschi che dirigevano i campi di sterminio, intrecciando fra gli orrori quotidiani una storia d'amore che sfiora la farsa. Il libro è costruito in forma epistolare ma alle lettere si alternano capitoli scritti da tre uomini diversi che lavorano nel perimetro esterno al campo, la «zona d'interesse» del titolo: Angelus Thomsen, ufficiale di collegamento e nipote di Martin Bormann, il segretario di Hitler; il Kommandant del campo Paul Doll; Smzulek Zachariasz, uno dei Sonderkommandos , le unità di lavoro ebraiche incaricate di riempire e vuotare la camere a gas.

In mezzo alla quotidianità del campo di sterminio la storia d'amore che sboccia fra Thomsen e la bella moglie ariana di Doll, Hannah, tocca punte grottesche. Ma questo è Amis e c'era da aspettarselo. Lo scrittore non risparmia il realismo più brutale, ma impercettibilmente si insinuano residui dimenticati di umanità, l'empatia, il terrore, l'amore. Il rapporto fra Thomsen e Hannah si trasforma in qualcosa di disperato, di provocante, di quasi normale, una sfida. Scrivere su che cosa ci renda umani nel contesto dell'Olocausto sembra fuori luogo, ma Amis intende ricordare e sottolineare che il genocidio è stato perpetrato da esseri umani contro altri esseri umani, ed è soltanto umano continuare a non capire. (Aridea Fezzi Price, IL GIORNALE, 4 settembre 2014)