Grossman, il totalitarismo è banale

Alcuni dei nodi ideali, immediatamente evidenti e centrali, di "Vita e destino" di Vasilij Grossman, l’idea della vita come luogo della diversità e dell’irripetibilità, l’idea del destino come uniformità e l’idea della gratuità sacrificale come ciò che determina la differenza e la correlazione tra la vita e il destino, sono anche i principi della sua struttura architettonica, i principi che regolano la sua costruzione e il suo sviluppo.

L’apertura del romanzo è in effetti segnata da alcune immagini che danno come una chiave immediata e concentrata per la comprensione del suo contenuto, che è l’affresco della vita di una famiglia, attraverso il quale possiamo poi ripercorrere la storia di tutto un secolo, con i suoi sogni e le sue immani tragedie, così diverse e così unite, dall’Olocausto all’Holodomor. Questa chiave è molto semplice: la vita è un’irripetibile diversità, sia essa quella delle isbe russe o quella degli uomini; e questa diversità risalta e si definisce poi a sua volta sullo sfondo dell’uniformità e dell’identico, sia esso quello della vita moderna con la sua serialità meccanica apparentemente neutrale o quello dei campi di concentramento. Così, sullo sfondo di una nebbia che tutto avvolge e confonde, abbiamo la propagazione inarrestabile del «respiro del lager» che, attraverso i «pali dell’alta tensione», si diffonde come un contagio; e in questo spazio neppure i luoghi in cui vivono gli uomini escono dalla regola ferrea dell’uniformità: «le baracche allineate formavano strade larghe rettilinee. La loro uniformità rivelava la disumanità dell’enorme luogo di detenzione». Ed è appunto sullo sfondo di questo universo rettilineo e sempre uguale che più chiaramente si staglia la diversità della vita: «Fra milioni di isbe russe, non ce ne sono né ce ne saranno mai due di perfettamente identiche. Tutto ciò che vive è irripetibile».

Dunque la vita è la diversità, l’irripetibilità, l’unicità, l’affermarsi del valore supremo e imparagonabile di ogni singola persona, che contrasta in questo senso con l’altro elemento della realtà che, come abbiamo visto, è posto a sua volta in primo piano sin dall’inizio del romanzo; quest’altro elemento è l’uniformità del destino, che trova un simbolo esplicito nel mondo concentrazionario. Nel campo, infatti, «i destini di tutti, pur nella loro varietà, finivano per assomigliarsi... Per i superiori, gli uomini nel lager si distinguevano solo dal numero e dalla tinta della striscia di stoffa cucita sulla giubba: rossa per i politici, nera per i sabotatori, verde per i ladri e gli assassini. In quella babele di lingue, gli uomini non si capivano l’un l’altro, ma erano legati da un’unica sorte. Specialisti di fisica molecolare o di antichi manoscritti giacevano sui medesimi pancacci accanto a contadini italiani e pastori croati incapaci di scrivere il proprio nome».

Non ci soffermeremo su questa idea se non per quello che ci è utile nel quadro del nostro discorso e cioè per il fatto che essa, denunciando l’identità dei due sistemi, la fa dipendere dalla comune e identica volontà di eliminare il principio stesso della differenza, cioè della vita, con il suo mistero e la sua continua sorpresa; infatti, come dice l’obersturmbannführer Liss, con una convinzione e un’icasticità disarmanti, «noi siamo le forme differenti di un unico essere, lo Stato partitico», la cui caratteristica comune è appunto quella di voler assorbire e annullare ogni diversità nell’organismo unico e onnicomprensivo dello Stato totalitario.

Attraverso questa unità, in effetti, non solo non nasce la possibilità della diversità, ma anzi questa diventa radicalmente impensabile per il trionfo di un’uniformità così radicale che persino un rifiuto così inaudito del diverso quale fu l’Olocausto diventa la cosa più banale di questo mondo. È quanto vediamo nell’inquietante incontro tra Liss e Eichmann e nell’ancor più inquietante descrizione del comandante di

Sonderkommando Kaltluft: si tratta in effetti di pagine assolutamente sorprendenti per stile e contenuto, tanto più sorprendenti se consideriamo che Grossman sembra qui anticipare l’enunciazione della teoria della «banalità del male» che ha reso successivamente famosa Hannah Arendt. A questo proposito, ricordare le date è qui molto importante: l’Eichmann reale viene arrestato nel 1960 e il suo processo inizia l’anno dopo, l’11 aprile 1961, mentre è solo nel 1963 (a partire dal 16 febbraio e poi per cinque settimane fino al 16 marzo) che la Arendt pubblica i suoi articoli dedicati a Eichmann nel settimanale “The New Yorker” e poi in edizione a parte il suo famoso libro.

Grossman, per parte sua, aveva terminato il romanzo, dopo averci lavorato per un decennio, nel 1961, e l’anno dopo il Kgb gli aveva sequestrato il manoscritto. È dunque decisamente sorprendente la chiarezza con la quale Grossman anticipa une delle tematiche più interessanti per la ricostruzione del fenomeno totalitario del XX secolo. Non possiamo ovviamente dilungarci qui sulla questione, che ritengo però assolutamente degna di approfondimento, e mi limito semplicemente a tornare al testo di Grossman per documentare la chiarezza con cui questa tematica viene messa in primo piano. Nel descrivere in effetti l’incontro tra i due gerarchi nazisti, il cui tema altro non è se non quello sconvolgente della soluzione finale, Grossman fa questa osservazione: «Liss aveva la sensazione che Eichmann non rilevasse niente di particolare nella faccenda che suscitava segreti brividi di orrore anche nei cuori più duri». Nulla di particolare e di insolito è più possibile in questo mondo in cui tutto è meccanicamente predeterminato e deciso; nulla suscita più emozioni particolari.

È la banalità caratteristica di un sistema totalitario nel quale il male accade quasi per necessità naturale perché al desiderio di fare cose buone o di 'fare il bene' si sostituisce l’imperativo di 'fare bene' qualsiasi cosa si faccia, senza che ci si debba chiedere che cosa propriamente si sta facendo e senza che in questo possa avere alcun ruolo la responsabilità del singolo. Ed è esattamente la caratteristica fondamentale della biografia e del comportamento di uno degli aguzzini nazisti descritti in Vita e destino, quel Kaltluft, comandante di un

Sonderkommando, che «non amava la sciatteria: lui non beveva e si arrabbiava se i suoi subordinati erano in stato di ubriachezza. [...] A Kaltluft piaceva lavorare e detestava perdere tempo. Dopo cena non andava nei locali del club, non giocava a carte e non guardava i film [...] Un tempo viveva nella fattoria dei genitori e credeva che la sua vita si sarebbe svolta tutta li. Amava la quiete della campagna e faticare non gli faceva paura. Il suo sogno era di ampliare l’azienda del padre, ma era convinto che per quanto fosse riuscito ad accrescere le entrate con l’allevamento dei maiali, col commercio di navone e di frumento, avrebbe continuato per tutta la vita ad abitare nella casa comoda e tranquilla dell’infanzia. Poi la vita aveva preso una piega diversa. Verso la fine della prima guerra mondiale si era ritrovato al fronte e aveva percorso la strada che il destino gli aveva riservato; e a quanto pareva il destino gli aveva riservato di diventare da campagnolo soldato, da soldato di trincea guardia dello stato maggiore, da impiegato aiutante di campo, quindi al posto dell’amministrazione centrale del Reich era succeduto quello nella direzione del lager e per finire il ruolo di capo del

Sonderkommando nel campo di sterminio. Se Kaltluft avesse dovuto rispondere davanti al tribunale celeste, egli avrebbe giustificato la sua anima raccontando in modo veritiero che solo il destino aveva fatto di lui un carnefice, l’assassino di 590.000 vittime. [...] Lui era un essere umano, avrebbe voluto vivere nella casa di suo padre. Non era stato lui a voler andare, lui stava bene a casa, non era stato lui a volere, gli ordinavano, non era lui che andava, come un bambino il destino lo aveva condotto per mano».

Nulla di più banale e di apparentemente normale e naturale, eppure, per Grossman e per il suo romanzo, nulla di più falso, perché, benché tutti «sappiano che in un tempo così terribile l’uomo non è più artefice della propria felicità, e che il destino del mondo ha ricevuto il diritto di graziare o punire, portare alla gloria o coprire di fango, e trasformare in polvere di lager, tuttavia non è concesso al destino del mondo e alla Storia, alla gloria o all’infamia della lotta di trasformare coloro che hanno nome di uomini. Qualunque cosa li attenda, la celebrità per la loro fatica o la solitudine, la disperazione e la miseria, il lager e la condanna, essi vivranno da uomini e da uomini moriranno, come quelli che sono periti hanno saputo fare; proprio in questo consiste per l’eternità l’amara vittoria umana su tutte le forze maestose e disumane che ci sono state e ci saranno nel mondo».

A dispetto di tutte le circostanze, per l’uomo vivente resta dunque pur sempre una possibilità di uscita: «Il destino guida l’uomo, ma l’uomo va perché così vuole, e sarebbe libero di non volere. Il destino guida l’uomo che si fa strumento delle forze distruttive, e diventa in tal modo perdente, non vincitore». All’uomo resta sempre una possibilità per essere uomo o per restare uomo, a patto che capisca sia pur 'confusamente', una cosa sola, che a questo punto possiamo enunciare con Grossman in tutta la sua tragica semplicità, e cioè che, a dispetto del destino e in nome di una vita autentica, anche «sotto il nazismo, all’uomo che desideri restare tale, si presenta una scelta più facile che conservare la propria vita: la morte». (Adriano Dell'Asta, IL GIORNALE, 11 settembre 2014)