Gerusalemme vuole Giusto tra le Nazioni Albert Göring, fratello del gerarca.

Allo Yad Vashem la documentazione è ormai a buon punto. E presto la commissione incaricata di assegnare la più alta onorificenza attribuita dallo Stato di Israele, quella di Giusto tra le Nazioni, dovrà dare il suo via libera.

Di fretta, però, non ce n'è. E anzi, almeno all'apparenza, l'imbarazzo è grande nel trattare un caso finora inedito. Perché l'uomo che si vuole oggi onorare e che ha aiutato centinaia di ebrei negli anni terribili dell'Olocausto, non aveva un nome qualunque: si chiamava Albert Göring ed era il fratello di Hermann, numero due del regime hitleriano.

Di sette anni più giovane, Albert era l'antitesi del gerarca nazista: oppositore convinto di Hitler e compagni si era allontanato dalla Germania dopo il 1933 prendendo la nazionalità austriaca. Durante gli anni della guerra aveva fatto di tutto per aiutare gli ebrei che conosceva: forniva documenti falsi, apriva conti correnti fittizi, aveva personalmente accompagnato alla frontiera alcune famiglie in fuga, in modo da proteggerle con il proprio ingombrante cognome. In una occasione aveva addirittura falsificato un ordine di liberazione per un detenuto del campo di concentramento di Dachau, Joseph Charvat, firmandolo solo Göring. Il responsabile del campo, in cui c'erano due reclusi con lo stesso nome, nel dubbio di scontentare il potente gerarca, li aveva liberati entrambi (e il secondo era uno dei capi comunisti in Europa orientale).

Sconfitti i nazisti, Albert si era fiduciosamente consegnato alle truppe americane, fornendo una lista di 34 persone che aveva aiutato a scappare e che potevano testimoniare a suo favore. Ma il suo nome era troppo compromettente: anziché liberarlo, gli americani lo consegnarono nel 1947 alle autorità ceche, che lo misero sotto processo. In quel periodo era l'equivalente di una condanna a morte, scrive oggi il settimanale der Spiegel, che alla vicenda ha dedicato un lungo articolo. L'intervento dei sindacati della Skoda, fabbrica di cui era stato direttore, gli farà evitare la forca. Nel dopoguerra il suo destino sarà un'oscura povertà. Solo nel 2011 un ricercatore australiano raccoglierà tutti documenti disponibili su di lui e li invierà al Museo dell'Olocausto. (Angelo Allegri, Il Giornale, 7 marzo 2013)