Fate lo sport, non fate la guerra!

"Un uomo lungo un secolo": ecco Norbert Elias (1897-1990), ebreo laico, intellettuale mai scontato. Nato a Breslavia, dopo studi di medicina e filosofia Elias si dedica alla sociologia, pubblicando opere decisive come La società di corte e Il processo di civilizzazione.

Le leggi razziali lo portano in Gran Bretagna. Solo negli anni Sessanta riceve una cattedra all’università di Accra, in Ghana. Personalità poliedrica e inquieta, scrive fino a tarda età: Saggio sul tempo, Coinvolgimento e distacco, Sport e aggressività, La solitudine del morente, Teoria dei simboli  (editi in Italia dal Mulino). Ora per Medusa – che ha già pubblicato i suoi L’illusione del quotidiano e Oltre il muro dell’io. Sociologia e psichiatria – esce La pazienza dell’inquietudine
(pagine 88, euro 10), quattro interviste raccolte a cura di Martino Doni e Stefano Tomelleri; pubblichiamo qui lo stralcio di un colloquio del 1982 con Gregor Hahn.

Professor Elias: sport, giochi, competizioni sono argomenti importanti della sua opera...
«Sì, sono di grande interesse come problema sociologico, perché lo sport per me è un simbolo del modo – di solito dico che ha lo stesso carattere del tentativo di rendere utile l’energia atomica, intendo utile in modo innocuo per l’essere umano – con cui la violenza repressa può essere sfogata all’interno di determinate regole. In questo senso è una pratica molto proficua. Credo che lo sport sia enormemente giovevole per una civiltà come la nostra, perché consente alle persone che lo praticano, e in alcuni casi anche agli spettatori, di incanalare i desideri di nuocere agli altri secondo regole prefissate. E questo è un elemento di civiltà importantissimo.
Uno dei miei saggi migliori è una comparazione tra sport dei giochi olimpici (che non erano sport, erano assai più violenti perché la regola era molto meno rigida). L’ho scritto con Eric Dunning. Era ancora studente, ricordo che mi chiese di seguirlo per la tesi, allora gli domandai quale fosse il suo hobby, e lui disse: 'Il calcio'. E allora gli chiesi: 'Perché non la fai sul calcio?'. E lui: 'Non è possibile, non è un argomento abbastanza decoroso'. Io allora dissi: 'E noi lo renderemo accademicamente decoroso'. È quello che abbiamo fatto».

E il football americano?

«A me interessava molto, ma sentivo di non essere in grado di ricostruire le ragioni e i modi per cui il football americano si sviluppasse in maniera tanto differente da alcune forme di quello inglese. Dal punto di vista sociologico potrebbe essere un tema interessantissimo. Il legame di discendenza è indubbio, attraverso, per quanto ne so, le scuole e le università. Ma vede, se non colgo la genesi, la mia non è una vera indagine. E questa è una cosa piuttosto incontestabile, credo».

La sua ricerca riguarda soltanto gli sport di squadra, oppure si rivolge anche agli sport individuali?

«Principalmente gli sport di squadra. Quando indago, quando confronto il nostro tipo di sport con l’atletica dei giochi olimpici, devo spesso confrontare pratiche individuali, perché, capisce... la lotta, per esempio, nell’antichità era molto più violenta, molto meno regolamentata di quanto sia oggi... e lo stesso vale per la corsa. Perciò la dimensione è sia quella del gruppo, sia quella del singolo. Anche lo sport individuale in fondo è di gruppo, perché c’è sempre competizione. Non c’è
molta differenza, perché è sempre tra persone. Tutte queste cose non capitano a un individuo isolato, ma a persone in relazione le une con le altre».

E per quanto riguarda la competizione con se stessi? La competizione di resistenza, o di velocità...
«C’è sempre una lotta con se stessi, perché richiede un’alta dose di autodisciplina. Ma i tempi sono misurati contro altri che hanno fatto gli stessi tempi. Io penso che essenzialmente lo sport sia una lotta tra esseri umani».

Roy Arthur Swanson, nell’introduzione alle «Odi» di Pindaro, mette a confronto il temperamento aristocratico del vecchio Vince Lombardi (leggendario allenatore dei Green Bay Packers negli anni Sessanta), per quanto riguarda la vittoria, con quello democratico per cui conta

semplicemente giocare.
«Questa era proprio l’ideologia iniziale dello sport degli inglesi: quel che conta è la partita. È molto importante la tensione della partita...».

Non l’esito?

«Non il risultato. Ma attraverso la competizione nazionale tra Stati nei giochi olimpici, dove in fondo quel che conta è vincere, il risultato è divenuto sempre più importante. Quel che davvero conta sono le medaglie. Ciò deteriora il processo dal punto di vista sociologico».

Alcune tensioni politiche potrebbero essere risolte con lo sport?

«Beh, penso che anche da questo punto di vista lo sport abbia un’influenza civilizzatrice. Se due nazioni africane confinanti, in grande tensione reciproca, giocano a calcio, naturalmente la squadra di casa si prende la maggior parte degli applausi e la folla degli spettatori va fuori di testa se la sua squadra perde. Ciò nonostante l’arbitro è costretto a stare nelle regole, o per lo meno ci deve provare, perché la federazione internazionale considera valide soltanto le partite giocate secondo le regole. In questo senso lo sport ha una funzione calmante. O diciamo che può averla. Lo sport! È fantastico che abbiamo una cosa del genere! Penso che sia un’invenzione meravigliosa. Bisognerebbe capire che si tratta di un’invenzione molto recente. Nel Medioevo, certo, c’erano i combattimenti, ma erano molto più selvaggi. Essere riusciti a confezionare la pratica sportiva come parte integrante del processo di civilizzazione, è importantissimo per noi». 

Questo non significa che il gioco sia moderno. Molti di questi sport non risalgono a tempi più remoti?

«Ma non si bada mai ai dettagli, a come questi giochi erano praticati. Certo, abbiamo un documento dell’XI secolo, credo, o precedente, secondo il quale davanti alle porte di Londra gli apprendisti giocavano a football. Ma se si guarda, non era il nostro football. Il nome è lo stesso, il gioco no».

Sono le regole a determinare l’identità?

«Lo si vede con gran chiarezza, e si può determinare come le regole
si sviluppano».

I mutamenti sociali fanno sì che un individuo decida per un gioco in particolare?

«Sì, è esatto. Eric Dunning ha scritto un ottimo libro sullo sviluppo del rugby, facendolo risalire alle scuole superiori: gente piuttosto barbara che si mette a giocare. Questo è il tracciato in cui ci muoviamo. Bisogna stare attenti, non farsi sviare dalle parole... Per esempio, gli indiani peruviani giocavano a tennis, o almeno usavano palle di gomma dura... Ma se si guarda attentamente, penso che chi perdeva venisse messo a morte, o qualcosa del genere. Molto violento, no? Inizialmente lo sport riempiva il tempo libero delle classi agiate. Una volta ho scritto qualche pagina sulla caccia alla volpe, perché fu uno dei primi sport. E lo si può vedere se si considera in che misura questo tipo di caccia fosse regolamentato, a confronto con le precedenti forme. E non è tutto: si trattava di una caccia fine a se stessa, perché poi la volpe non si mangiava, la si dava ai cani. Voglio dire, quel che importava era la caccia. La gente poteva dire: 'È un peccato che non siamo riusciti a prendere la volpe, ma ci siamo fatti una bella gita!'».

Proprio come nel proverbio americano: «A good

run for our money»!
«Sì, è così... Guardi, il cricket non ha mai sfondato al di là dei confini del Commonwealth inglese, eppure fu uno dei primi sport, praticato in parte dai giovani aristocratici, in parte dai loro servitori. Una peculiarità delle relazioni sociali in Inghilterra è che, se si aveva un giovane in gamba, gli si doveva insegnare il cricket per scommettere su di lui. Le scommesse svolsero un ruolo enorme per far insorgere l’esigenza di regole: se si voleva scommettere, bisognava che chi giocava non fosse troppo sbilanciato rispetto all’avversario. Per questo c’era bisogno di regole ben chiare affinché i contendenti non fossero troppo diseguali. Le scommesse aristocratiche svolsero un ruolo grandissimo nella formazione del senso dell’imparzialità».

Ci sono relazioni tra i codici del gioco e quelli della guerra?

«Sì, ma si tratta per lo più di rapporti di classe. Se ha fatto prigionieri un ufficiale nemico e un soldato semplice, non li tratta in modo diverso? Vi è un certo decoro nel modo con cui si tratta un ufficiale, se si appartiene alla stessa classe. Lo stesso avveniva con i cavalieri. I cavalieri nemici osservavano un certo codice perché appartenevano alla medesima classe».

La classe trascende le altre alleanze?

«Nell’antichità molto spesso far parte della classe aristocratica era, da molti punti di vista, più importante che appartenere a una nazione. Ma c’è ancora molto da studiare in questo campo». (Gregor Hahn, AVVENIRE, 3 dicembre 2014)