Ebrei nella rete dei pescatori

Un parroco, quindici pescatori del lago Trasimeno e 22 ebrei strappati 70 anni fa alla deportazione. Un’altra piccola-grande storia italiana che emerge dalla provincia, grazie all’impegno degli ultimi testimoni.


È la notte del 19 giugno 1944 e 5 barche si staccano silenziose dal molo del castello Guglielmi sull’Isola Maggiore – una delle tre del bel lago umbro – dove gli ebrei erano prigionieri anche se in modo molto "umano". Nascosti sul fondo ci sono i primi 15 fuggiaschi (altri 7 partiranno la notte successiva). Dalla riva li guarda partire don Ottavio Porta, il parroco dell’isola che ha organizzato questa avventurosa fuga, e che proprio per questo è stato dichiarato nel 2011 «Giusto fra le nazioni».
Le imbarcazioni, tre pescatori e tre ebrei ciascuna, navigano a cento metri l’una dall’altra per evitare di essere individuate in gruppo dai tedeschi che occupano sia l’isola che la riva nord del lago. Una traversata a rischio non solo per il "carico" ma anche per i continui lanci di bengala degli aerei e le successive mitragliate. Il fronte è proprio lì. La meta è infatti Sant’Arcangelo, sulla riva sud, dove già sono arrivate le truppe alleate. Dieci chilometri a remi. Ci vogliono almeno tre ore.
È buio ma chi meglio dei pescatori può navigare in queste condizioni? È stato proprio il sacerdote a chiedere a loro questo impegno, perché dopo giorni di tensione coi tedeschi, con alcuni morti, ha avuto la notizia che gli ebrei saranno deportati verso il campo di concentramento di Fossoli. E mette a punto il progetto al quale i pescatori dicono subito di sì. Ma lui dall’isola non si muove. «Se si fosse allontanato avrebbe lasciato soli donne e bambini, perché gli uomini per paura di ritorsioni da parte dei tedeschi si erano rifugiati ad Isola Polvese e i giovani più forti erano impegnati nel difficile e rischioso compito di portare gli ebrei in salvo». Così ricorda Sauro Scarpocchi, 80 anni portati splendidamente, uno degli ultimi pescatori dell’isola (il più giovane ha 50 anni), proprietario di un ristorante che porta il suo nome ed è pieno delle foto di quegli anni.
Già perché Sauro, uno degli ultimi testimoni, ha preso come impegno personale proprio quello del ricordo di quei giorni. «Bisogna ricordarli – ci dice con voce ferma –. Io non so quanti anni potrò ancora vivere ma continuerò a farlo. È giusto per loro ricordare. Persone che non avevano compiuto un atto eroico ma un atto bellissimo». E Sauro non solo lo racconta molto volentieri a chi lo va a trovare (una sosta anche per mangiare dell’ottimo pesce di lago, ovviamente pescato da lui...), ma ne ha scritto in due libri: Diario di bordo del 2006 e L’Isola Maggiore che ho conosciuto del 2011.

Nel 1944 aveva solo 10 anni ma quei giorni li ricorda benissimo e ci tiene molto. «Mi dispiaceva moltissimo, ero arrabbiato che di questa vicenda non si parlasse. Solo dopo il mio primo libro c’è stata una presa di coscienza da parte delle autorità». Così il 6 luglio 2008 viene concessa la medaglia d’oro al valor civile alla memoria di don Ottavio, morto nel 1963, e tre anni dopo il riconoscimento di «Giusto fra le nazioni». Un po’ tardi per il sanguigno Sauro. «Quando venne una delegazione dell’ambasciata d’Israele toccò a ma fare il saluto: "Benvenuti anche se ci avete messo tanto tempo. Almeno una cartolina di ringraziamento potevate mandarla...". Qualcuno storse il naso, ma io dovevo denunciare il silenzio che era calato su come il paese aveva aiutato gli ebrei, sia in precedenza che per la fuga».
Facciamo un passo indietro, all’arrivo di 27 ebrei nell’isola. «A fine febbraio 1944 – ricorda ancora Sauro – arrivò una notizia inquietante: al Castello Guglielmi avrebbero internato degli ebrei. Noi ragazzini ignari domandammo, "Chi sono questi ebrei?" La risposta che ci trasse in inganno fu "brutta gente". Al che noi capimmo uomini brutti e quando li vedemmo ci tornarono in mente le parole sentite e dicemmo: "Ma come brutti, sono come noi!"». Anche in questo frangente fu fondamentale il ruolo del parroco, come racconta Furio Vannini, diciassettenne quando soggiornò all’isola, e che poi sposò una nipote del sacerdote. «Il continuo invito di don Ottavio a rispettare e amare gli ebrei, a causa del brutto momento che stavano vivendo, era ascoltato anche da chi aderiva politicamente a partiti che invece li discriminavano. Insomma, gli isolani hanno dimostrato di accogliere questa gente come ospiti e non come carcerati, rispettando così la volontà del prete».

Anche perché, aggiunge Sauro, «gli ebrei erano liberi di uscire dal castello e girare per il paese. Venivano soprattutto per comprare il pesce». Ma si fermavano anche a chiacchierare con la gente; uno di loro diventò famoso per aver aggiustato tutti gli orologi dell’isola, senza chiedere una lira, «ma accettava invece il cibo: per tutti noi era l’Orologiaio». Tutto questo fu possibile anche grazie ai "guardiani", giovani locali, guardie ausiliarie al comando del seniore della Milizia, Luigi Lana. Anzi furono proprio loro il 12 giugno a salvare i primi 5 ebrei, portandoli via in barca. «Gli altri non vollero partire, forse non si fidavano, forse spaventati dalla traversata nella notte e per il vento forte che aveva alzato le onde», è sempre il ricordo di Sauro.
Ma poi il 14 l’arrivo dei tedeschi sull’isola alla ricerca di una radiotrasmittente, lo scontro a fuoco con alcuni abitanti che provocò 4 morti (due tedeschi e due italiani) e la successiva reazione con saccheggi, incendi e stupri, convinse don Ottavio a organizzare la fuga degli altri prigionieri, ormai ad altissimo rischio. Anche perché intanto il 18 gli alleati era arrivati a Sant’Arcangelo. Di notte chiamò gli uomini del paese: «Chi se la sente a portare gli ebrei?». A rispondere «sì», furono i 15 giovani pescatori Gaetano Moretti, Uberto Gabbellini, Roberto Benini, Amedeo Romizi, Giovacchino Fabbroni, Tiberio Piazzesi, Agostino Piazzesi, Aldo De Santis, Silvio Silvi, Mariano e Danilo Agnolini, Leonello Segantini, Traquinio Fabbroni, Giacomo Grifoni e Angiolino Perai. I loro nomi sono scritti dal 2008 su un piccolo monumento al centro del paese. Per ricordare, si legge, lo «spirito altruistico» di «quindici eroici pescatori». (Antonio Maria Mira, AVVENIRE, 18 giugno 2014)