Ebrei, la rete turca di Roncalli

A partire dalle pri­me noti­zie delle persecu­zioni, ov­vero du­rante gli anni 1940-1941, Roncalli mobilita tutte le sue energie per ve­nire in soccorso degli ebrei in diffi­coltà in modo da facilitare l’evacua­zione del più grande numero di essi.

Negli anni 1942-1943 dedica l’essen­ziale del suo tempo a questa missio­ne che egli si è attribuito da sè e nel corso del quale beneficerà dell’ap­poggio costante di Chaim Barlas [rap­presentante della Jewish Agency in Turchia, ndr] e della mia cara nonna, Maria Bauer, così come anche di aiu­ti molto più potenti dal momento che egli aveva instaurato dei rapporti ec­cellenti con lo zar Boris di Bulgaria e con la Chiesa ortodossa bulgara che si opponeva alla persecuzione" na­zista contro gli ebrei.
 
La firma di questa affermazione è di quelle che pesano: Alexandre Adler, uno dei giornalisti ed intellettuali francesi attualmente più noti. Ebreo di famiglia, oggi Adler è consigliere della direzione Le Figaro nonché e­ditorialista del medesimo quotidia­no per le questioni di politica inter­nazionale, tema sul quale è partico­larmente ferrato dopo una lunga car­riera che lo ha visto lavorare a Libe­ration, dirigere Courrier Internatio­nal,
scrivere su Le Monde. Insomma, un pedigree tutt’altro che clericale o filo-cattolico quello di Adler, passato dal maoismo giovanile (nato nel 1950, tutta la sua famiglia da parte paterna, eccetto il padre, morì nei campi di sterminio nazista) a posi­zioni più conservatrici negli ultimi anni (ha appoggiato l’intervento an­glo- americano in Iraq e l’elezione di Sarkozy nel suo Paese). 
Si sapeva in qualche modo dell’atti­vità di Angelo Roncalli a favore degli ebrei, ma proprio alla vigilia della ca­nonizzazione, Adler apre uno squar­cio totalmente inedito di memorie famigliari sul 'papa buono', grazie alla testimonianza di sua nonna, Ma­ria Bauer, con la quale - stando ad Adler stesso - il futuro Giovanni XXIII, mentre era delegato apostolico ad Ankara (1934-1944), collaborò in ma­niera molto stretta per mettere in sal­vo gli ebrei erseguitati in Europa del-­l’Est e farli pervenire in Turchia, allo­ra neutrale. Tanto che Adler arriva ad affermare - in un libro pubblicato in Francia da pochi giorni, Un affaire de famille. Jean XXIII, les juifs et les chré­tiens (Cerf ) - , che «Roncalli fece di I­stanbul il quartier generale di un’im­presa di salvataggio senza preceden­ti ». Specificando anche i dettagli: «Mia nonna andava ad incontrarlo negli uffici dietro la chiesa cattolica di Pera, la entespri Latin Katedrali».

 Adler porta un esempio concreto, grazie alla testimonianza della non­na Bauer, che a quell’epoca era di­rettrice della sezione turca della Wi­zo, la Women International Zionist Organization: il caso del famoso pia­nista ebreo di origini russe Alexis Weissenberg, definito dal celebre di­rettore d’orchestra Herbert von Ka­rajan «uno dei migliori pianisti del nostro tempo». Ebbene, se Weissen­berg «fu l’immenso interprete che co­nosciamo, lo deve a Angelo Roncal­li. E non è il solo caso perché centi­naia di ebrei dalla Bulgaria poterono passare la frontiera turca grazie alla tolleranza delle autorità di Ankara che era stata acquisita grazie alla pa­zienza del delegato apostolico», ov­vero il futuro pontefice da domani santo. Ankara era poi solo una tappa verso la Palestina, agognata meta del popolo ebraico: e così, annota il gior­nalista, il nunzio vaticano «non lesi­nava la distribuzione di certificati di immigrazione».

 Ancora. Adler conferma uno degli in­dizi di questa attività pro-ebraica di Roncalli: «A Istanbul moltiplicava i falsi certificati di battesimo, organiz­zava le filiere di passaggio, raccoglie­va viveri e vestiti, mobilitava le se­zioni della Croce Rossa, scriveva ar­denti suppliche ai potenti e circo­stanziate missive in Vaticano». E c’è di più. Il testo di Cerf riferisce anche un’altra testimonianza, quella del funzionario del Terzo Reich Franz von Papen, cattolico, inizialmente molto favorevole all’ascesa al potere di Hitler, ben presto però in rotta con il Fuhrer, che infatti lo relegò al ruo­lo marginale di ambasciatore in Tur­chia. Scrive Adler: «Nella sua testi­monianza scritta al processo di No­rimberga, Papen precisava che mi­gliaia di ebrei erano stati salvati gra­zie alle formalità amministrative al­le quali aveva finito per piegarsi l’am­basciatore del Terzo Reich in Tur­chia», ovvero se stesso, proprio gra­zie alla pressione di Angelo Roncalli, il quale «pensava di utilizzare la pro­fessione di buona fede di Papen per i suoi propri fini», ovvero la messa in salvo del maggior numero di ebrei perseguitati. 

Roncalli si muoveva ben conscio che il lavoro di 'passatore di ebrei' non era scevro di rischi: riceveva i suoi so­dali Maria Bauer e Chaim Barlas «da soli in nunziatura, senza la presenza di uno dei suoi aggiunti o di qualche segretario. Prendeva appunti da so­lo per preparare i suoi rapporti in Va­ticano, ascoltava in silenzio, sospira­va e chiedeva ai suoi interlocutori di dire le cose con precisione». Ma il dramma che si stava svolgen­do sotto gli occhi inquietava l’a­nimo cristiano del santo di Ber­gamo: «Durante uno di quegli incontri - riferisce Adler - quan­do Barlas evoca la sorte disa­strosa dei bimbi ebrei in Slo­vacchia, Roncalli, improvvisa­mente pallido, si alza e met­tendosi davanti ad un’icona di Cristo, inizia a recitare i primi versetti del libro di Ezechiele sulle ossa inaridite e sul ritorno di Israele alla vita. Un’altra vol­ta, durante un incontro, appe­na aver finito di leggere i
Protocolli di Auschwitz, una testimonianza su quel campo di morte, scoppia in la­crime».
 
E quando nel 1944 Roncalli venne nominato nunzio in Francia, al mo­mento del congedo Maria Bauer si e­spresse così: «Noi abbiamo una rico­noscenza eterna per tutto quello che lei ha fatto». Tanto che Adler ricorda che, all’età di 8 anni, il giorno dell’e­lezione di Angelo Roncalli al soglio pontificio, esclamò con innocenza fanciullesca: «È il nostro papa», il pa­pa amico degli ebrei schiacciati dal­la furia nazista. (Lorenzo Fazzini, AVVENIRE, 26 aprile 2014)