Deserto, ricostruire dopo Auschwitz

Dio, intimando ad Abramo di muoversi verso la Terra Promessa, gli dice «Lekh lekhà», che secondo le diverse letture significa “muoviti e va’”, “va’ a te stesso”, “va’ per il tuo bene” (Rashi), “va’ da solo” (Ramban) o “va’ definitivamente” (Soloveitchik).

Non si tratta solo di un invito a muoversi, è anche un invito a ricercare dentro di sé il deserto di cui liberarsi, per riempirlo di significato. La strada, Abramo, dovrà scoprirla da sé nel corso del viaggio, dopo essersi lasciato alle spalle un vuoto di valore, un deserto. Ma deserto è anche quello in cui, idealmente, Abramo può prevedere di imbattersi nella strada che ha davanti, una strada che ancora non conosce.

Il deserto, non è deserto da sempre, e non è sempre deserto. È il vuoto del passaggio, della solitudine, dell’abbandono. Ora luogo terribile dell’arrivo, ora luogo di una felice partenza. Ora passaggio obbligato, rapido quanto più possibile, che può durare, tuttavia, quarant’anni, o qualche secolo. Il deserto è la solitudine a cui Abramo è inviato, l’isolamento con cui dovrà misurarsi, soprattutto l’isolamento della coscienza nel quale dovrà fare le sue scelte e prendere le sue decisioni. Ma vuoto e solitudine possono essere riparati dalla scelta dell’uomo. Abramo lascia un deserto di disvalori per dirigersi verso un altro deserto, vergine, questa volta, da riempire di significati che ancora non sa. E quello che svolgerà sarà un percorso di ricerca. A riempire lo spazio fra il deserto da cui parte e il deserto a cui si dirige è il percorso dell’esilio [...].

L’esilio del popolo ebraico nella diaspora è la dispersione da quel luogo naturale che è la terra di Israele, e questo esilio è una contraddizione delle leggi di natura, sostiene il Maharal di Praga. Un esilio che avrebbe disintegrato per sempre l’unità di qualsiasi popolo, se non fosse stato per pochi, fondamentali, elementi coesivi: lo studio della Torah, la separazione religiosa attraverso poche regole alimentari, e la coscienza di essere in attesa della redenzione. È stata questa la resistenza del popolo ebraico all’esilio, insieme all’instancabile anelito al ritorno che dall’esilio lo restituirà alla terra d’Israele .

Ma esilio è anche quello metaforico della diversità, che diventa, alla fine, una scelta, e l’esilio diventa allora identità [...]. L’esilio è dunque uno spazio ambiguo. A tenere viva la consapevolezza dell’esilio ebraico è, oltre all’antisemitismo, la nostalgia per una terra che l’ebreo diasporico continua a sentire come Terra Promessa [...]. Ma è inevitabile chiedersi perché l’ebraismo debba sperimentare come costante questo confronto con l’esilio letterale; perché la storia lo riporti prima o poi a confrontarsi con il deserto dentro e fuori di sé [...]. Deserto è il nonsenso del pregiudizio ed è l’assenza di umanità. Un deserto sin troppo popolato, tuttavia.

A ridimensionare ogni esilio, nella memoria collettiva, c’è voluta la Shoah, di fronte alla quale nessun esilio geografico è più il peggiore dei mali [...]. È drammaticamente vero che la liberazione non è sempre libertà. A volte uscire dall’Egitto significa diventare prigionieri dell’ossessione e dell’angoscia. La Shoah è un Egitto senza uscita, che non cessa di mietere le sue vittime. Persino la difesa disperata, talora smoderata, di Israele dal terrorismo sembra vittima di un incubo senza fine: la minaccia di una nuova Shoah [...].

La memoria non è un antidoto all’esilio, ne è però la resistenza, il rifiuto all’oblio delle radici. L’ebraismo ricorda senza sosta la Creazione e l’uscita dall’Egitto: non esiste inizio né uscita dalla schiavitù se non si dà voce alle cose, se non si ha memoria di sé. Così Abramo farà del lekh lekhà di Dio il proprio ubi consistam, ritrovando sé stesso nel proprio esilio, e conservandone la memoria. Ma per quanta positività si cerchi nell’esilio, il suo segno originario fondamentale è l’ex- della sua radice, che ne fa un essere fuori, essere separato, essere distante, essere stato. Un non là che si coniuga con non più. Lo spazio dell’alterità costruisce l’identità dell’assenza, della privazione e del non-riconoscimento.

L’esilio ebraico è forse un esilio particolare, che non permette alla memoria di spegnersi, e la trasmette ai posteri. «È più facile strappare un ebreo all’esilio piuttosto che strappare l’esilio dall’animo dell’ebreo» , proprio perché la Terra Promessa è sentita come “terra perduta”. Ed è la memoria a nutrire l’esilio, a mantenere vivo il senso di appartenenza sradicata, la nostalgia dell’altrove, l’ansia del ritorno. Duplice e contraddittorio il rapporto fra l’esilio e la sua memoria, come il segno stesso dell’esilio, che è condanna e vita insieme: avrebbe potuto essere morte, anziché esilio. In molti casi lo fu [...].

L’esilio è un vuoto, una realtà che si definisce per assenza, per distanza, per perdita. Un deserto. Un vuoto presente che esiste soltanto in relazione alla pienezza di un passato perduto. L’esilio è lo spazio ideale della negoziazione, forse anche fra Dio e l’uomo, ma certamente fra l’uomo e l’uomo; è lo spazio in cui l’uomo, privato delle differenze e provvisto della sua sola umanità, può riconoscersi nella sete dell’altro [...]. Si tratta di ridefinirsi, ciascuno, nella distanza e nella diversità, per riconoscere, oltre all’aridità del deserto, l’esilio dell’altro. Perché non c’è liberazione dall’esilio che non contempli, oltre alla libertà propria, anche la libertà dell’altro. E non c’è altro spazio d’azione che quel deserto, quello spazio di espressione potenziale che sta al centro delle Tavole, nello spazio vuoto fra l’io e il tu, che solo un patto può riempire, perché la libertà comune sta lì. Il resto è lo spazio disumano di un deserto irreparabile. (Dario Calimani, AVVENIRE, 15 settembre 2014)